Oasis
Definitely Maybe

1994, Creation
Rock

Recensione di Costanza Colombo - Pubblicata in data: 27/12/14

"Everyday you get up in the morning you should live your life like a fucking star." Liam Gallagher

 

Curiosi di sapere come 6 cassette-demo, contenenti l'antifona del più travolgente fenomeno musicale britannico degli anni '90, si siano potute trasformare in 7 dischi di platino in the UK?

 

Merito degli interminabili anni di solitario songwriting di un musicista autodidatta (Noel Gallagher), della sfacciataggine del di lui fratello minore al microfono (Liam) e del produttore (Owen Morris) che salvò in extremis quello che altrimenti non sarebbe mai potuto essere uno dei debutti di maggior successo della storia del rock.

 

L'esordio dei fratelli Gallagher & Co. realizzò l'impossibile ovvero rielaborare The Beatles, Slade e Sex Pistols con tre soli accordi. E anche il loro sogno: diventare delle "Rock 'n' Roll Star". Mai open track fu più profetica di questa, prescelta a manifesto delle loro intenzioni. Difficile definirla arte, gli Oasis non sono mai stati affetti da fini intellettualismi. A detta dello stesso Noel, la spina dorsale di "Definitely Maybe" si regge su tre concetti basilari: scopare, bere e farsi di droghe. Tutto qui. Ma è un tutto che colpisce come un pugno in faccia, uno di quelli da rissa in un sobborgo della Manchester proletaria, una rissa da quei pub dove iniziarono ad esibirsi, facendosi (e rompendosi) le ossa su e giù dai palchi. Quei palchi che, all'epoca, altro non aspettavano se non la svolta concretizzata dall'innata musicalità dell'uno e dallo sfrontato talento canoro dell'altro.

 

E se i The Beatles di "Revolver" (allora ascoltato in loop dagli addetti ai lavori) si ritrovano nelle sonorità di "Up In the Sky" e nel testo psichelicamente-nonsense di "Shakermaker" (dedicata a un giocattolo anni '70, ai semafori e alla plastilina), il punk britannico, reincarnato dal batterista Tony McCarroll, fa da base ritmica alla quasi interezza dei pezzi.

 

Difficile non lasciarsi ipnotizzare dal delirio acido di "Columbia", gasare dal tritolo di "Supersonic", bruciare dal senso di rivalsa di "Bring It On Down" oppure non scatenarsi in totale mancanza d'equilibrio sulla white line (dicesi pista di cocaina) della tanto euforica quanto amara "Cigarettes & Alcohol". Nessuno di questi brani, neanche la sincera emozione che pervade i silenzi strumentali di "Slide Away", riesce però a equiparare il crescendo di grandiosità del frangente più crossover dell'album: "Live Forever". Perfetta dall'istantaneità del messaggio allo storico (ed eccezionale) assolo a 1:43. Fortuna che già allora i Gallagher non andavano d'accordo perché altrimenti, fosse stato per Liam, di cui comunque merita tessere le lodi per l'aver impresso carattere e originalità ad ogni singola traccia, "Live Forever" avrebbe avuto un "baby" in apertura rispetto al più sobrio (visti i soggetti in questione si fa per dire) "maybe".

 

Semplice, rudimentale, immediato: rock.

 

PS: se ne consiglia l'ascolto a volume smodato.





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