Corrosion Of Conformity
No Cross No Crown

2018, Nuclear Blast
Crossover

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 07/01/18

Nel deserto, Satana tenta Cristo, Sant'Antonio si scontra con le proprie visioni, la poesia diviene rovina: proiezione di se stessi, ombra che racchiude le sgradevolezze dell'essere, osservazione di un nulla causa di una vertigine orizzontale senza possibilità di caduta. I Corrosion Of Conformity circumnavigano il rischio dell'aridità compositiva e delle lusinghe dell'oblio, riaccogliendo il figliol prodigo Pepper Keenan assente dalla line-up dal notevole "In The Arms Of God" (2005): polvere che irrita e asseta, la band statunitense riprende le fila del discorso iniziato con "Deliverance" (1994), album fondamentale al fine di comprendere la svolta stilistica del quartetto in direzione di un sound carico di groove e di svariate influenze. "No Cross No Crown" amplia il ventaglio delle soluzioni proponendo un lotto di brani piuttosto variegato e rivestito di una coltre sabbiosa in grado di ispessirne la versatile intelaiatura: un concentrato di aggressività, sudore e riflessione per allucinazioni e detriti sulla Route 66.
 
 
L'intro "Novus Deus", breve instrumental contemplativo, accende il motore scalpitante di "The Luddite": la voce grattugiata del frontman, i riff carichi di massicce dosi blues e le distorsioni piombate del basso di Mike Dean concorrono a forgiare una traccia quasi degna dell'indimenticabile "Albatross". "Cast The First Stone", up-tempo dai toni fuzzy, precede l'intermezzo malinconico di "No Cross" e le classiche progressioni stoner di "Wolf Named Crow" e "Little Man", abili nel combinare fruibilità commerciale e miraggi da "Mezzogiorno Di Fuoco". Tra la pausa acustica trasudante misticismo di "Matre's Diem" e il break da cerchio di fuoco di "Sacred Isolation" si inseriscono "Forgive Me", pista dagli accenti southern e messaggera di bordate sabbathiane, e l'arcigna e oscura semiballad "Nothing Left To Say", caratterizzata da un grintoso pessimismo lirico.
 
 
Se "Old Disaster" integra un pizzico di psichedelia in un ritmo maggiormente ragionato, l'energica "E.L.M." gode dell'ardente dialogo della coppia formata dal singer e da Woody Weatherman: ugola da blended whiskey per fraseggi profumati di Lynyrd Skynyrd ed evocanti torridi boogie da frontiera. L'epica e sussurrata title-track, raccapricciante rituale d'iniziazione nel mezzo delle paludi salmastre del North Carolina, conduce nella fluida pece sludge di "A Quest To Believe (A Call To Void)", prima della chiusura affidata al vibrato discendente di "Son And Daughter".
 
 
Autori di un disco introspettivo e spirituale, prodotto con il fidato John Custer e impreziosito da un'originale cover vintage associante Umberto Lenzi, Stonhenge e inquietante innocenza, i nostri ritrovano brillantezza nel songwriting e rinnovato vigore dopo la parziale delusione di "Corrosion Of Conformity" (2012) e le incertezze di "IX" (2014). I numerosi tocchi di classe dei singoli membri, l'attitudine nel mescolare con sorprendente agevolezza generi consanguinei e l'eterogeneità dei pezzi rendono "No Cross No Crown" un lavoro sfumato, imprevedibile eppure gradevolmente catchy: vortici di fuliggine sulle spiagge di Raleigh.




01. Novus Deus
02. The Luddite
03. Cast The First Stone
04. No Cross
05. Wolf Named Crow
06. Little Man
07. Matre's Diem
08. Forgive Me
09. Nothing Left To Say
10. Sacred Isolation
11. Old Disaster
12. E.L.M.
13. No Cross No Crown
14. A Quest To Believe (A Call To The Void)
15. Son And Daughter

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