Nirvana
Bleach

1989, Sub Pop Records
Grunge

L'inizio della leggenda dei Nirvana parte da qui: uno studio di registrazione, poco tempo a disposizione, un'immensità d'energia da sfogare e sprigionare.
Recensione di Chiara Frizza - Pubblicata in data: 20/02/13

E’ il 1986 quando a Seattle, nello stato di Washington, dall’esperienza della fanzine musicale Subterranean Pop Bruce Pavitt e Jonathan Poneman lanciano la Sub Pop Records, una piccola etichetta che si occupa soprattutto della pubblicazione e promozione delle numerose band della scena locale, in continua crescita. Tra queste, v’è una band il cui nome è in continuo cambiamento e neanche la formazione è del tutto stabile: Kurt Cobain, chitarrista, cantante e principale compositore e il suo amico al basso, Krist Novoselic, faticano a trovare un batterista “serio e versatile di brutto”, come recita l’annuncio che piazzano sulla principale rivista musicale di Seattle. Tra cambi di formazione e concerti per tutto lo stato, sotto la guida del produttore Jack Endino la giovane band registra il primo demo ai Reciprocal Recording Studios di Seattle, nel gennaio 1988. Un titolo vero e proprio non c’è: passa alla storia come Dale Demo (dal nome di Dale Crover, batterista dei Melvins, che collabora alle registrazioni) e il gruppo che lo pubblica si chiama Nirvana.

Alla ricerca di nuove band da lanciare sotto la propria casa discografica, Poneman frequenta assiduamente i Reciprocal Recording Studios, e la sua curiosità cresce quando Endino gli riferisce di questo Dale Demo, definendolo “inascoltabile, ma non assomiglia a niente che abbia mai sentito. Quel ragazzo ha una voce stupefacente”. Nel giro di qualche mese, mentre il demo inizia a circolare e la band riesce finalmente a trovare un batterista – Chad Channing, conosciuto dopo un concerto – Poneman propone ai Nirvana la registrazione di un singolo: la scelta ricade su “Love Buzz”, cover del gruppo olandese Shocking Blue. Per molti è una scelta bizzarra, trattandosi di un brano spiccatamente pop, ma è proprio questo il motivo per cui viene scelto, e per la parte di chitarra per il quale la canzone era nota. Il principale motivo di interesse nei confronti dei Nirvana è infatti la chitarra: nei club era praticamente impossibile distinguere la voce e l’abitudine di Kurt Cobain di torturare il distorsore aveva fatto sì che l’attenzione del pubblico si concentrasse soprattutto su questo elemento. “Love Buzz” esce nel novembre 1988, pubblicato con una tiratura di sole 1000 copie. Le reazioni del pubblico sono molto positive, il singolo attira finalmente l’attenzione sulla band, finora considerata una sorta di versione meno convincente dei Mudhoney, un gruppo di “serie B” anche all’interno della stessa Sub Pop.  Nel mese successivo, iniziano le registrazioni per il primo album dei Nirvana, di nuovo ai Reciprocal Recording. L’album ha il titolo provvisorio “Too Many Humans” (troppi umani, nda) ma viene modificato dopo che a San Francisco la band vede un cartellone pubblicitario di una campagna contro l’AIDS, con la scritta “Bleach Your Works”, un invito ai tossicodipendenti a disinfettare gli aghi delle siringhe con la candeggina (in inglese bleach). Registrato in sole cinque-sei sessioni su un registratore a 8 piste e costato complessivamente 606 dollari, la sua uscita viene ritardata di parecchi mesi a causa della mancanza di fondi da parte della casa discografica e viene pubblicato negli Stati Uniti il 15 maggio 1989 grazie all’intervento di Jason Everman, un chitarrista che era rimasto colpito dal demo e aveva deciso di finanziare l’uscita dell’album. Per qualche tempo, Everman aveva anche suonato con i Nirvana, tanto che il suo nome compare nei credits dell’album, pur non avendo partecipato musicalmente alla sua registrazione.

Inizialmente, la Sub Pop non ha grandi aspettative su questo disco. L’obiettivo è di vendere almeno 5000 copie (ne venderà  30000 circa nei mesi successivi alla sua uscita, un numero poco rilevante per gli standard americani) anche a fronte delle difficoltà economiche che l’etichetta deve affrontare, ma lo considera un buon album di una band locale e nulla più. “Bleach” conferma e supera queste aspettative:  forse per la pressione della label che Cobain dirà in seguito di aver  percepito durante la registrazione, la pressione che li spinge ad un album dalle sonorità spiccatamente ruvide e dure, l’atmosfera che lo attraversa è sempre cupa e nervosa, a tratti claustrofobica. Si tratta di un album ibrido nella sua struttura, composto da brani scritti negli anni precedenti (tra cui “Downer”, frutto di una registrazione casalinga del 1985) riarrangiati più volte e in ultimo remixati per il disco (“Floyd The Barber”, “Paper Cuts”, il singolo d’esordio “Love Buzz”) ed altri messi insieme in modo spontaneo e veloce in sala di registrazione (“Negative Creep”, “About A Girl”) e spesso senza una particolare cura per quanto riguarda i testi, che dovevano solo accompagnarsi alla musica senza un preciso significato (ad esclusione di un paio di brani, come “School”, che parla del modo in cui la scena di Seattle ricordasse a Cobain e Novoselic l’ambiente del liceo) o anche per l’esecuzione stessa. A tal proposito vi è “Blew”, registrata un paio di semitoni più bassa dell’originale e completamente fuori tonalità, ma in seguito non modificata. Questo tipo di spontaneità nella fase di registrazione è dato anche dal fatto che considerato il budget e lo status della band, ancora per lo più indipendente, non erano permessi sprechi di nastro; se una registrazione non convinceva, vi si registrava sopra. E’ ibrido anche per l’insieme eterogeneo di tutte le influenze musicali che hanno accompagnato Kurt Cobain nella sua crescita artistica, che si uniscono sullo sfondo di una brillante capacità compositiva e un cantato che passa dal grezzo e graffiante ad una sorta di lamento: i riff di chitarra, cupi e pesanti, strizzano l’occhio al thrash dei Venom prima di sfociare lentamente in richiami ai Led Zeppelin e ai Black Sabbath, cedono il passo a melodie che ricordano il punk degli anni ’80 per finire in passaggi dal sapore più pop.

E’ lì la particolarità di questo lavoro d’esordio: mentre altre band suonavano un genere strettamente grunge, composto da riff di chitarra distorti e ossessivi, ma che sembravano semplicemente attaccati l’uno all’altro senza continuità, i Nirvana avevano trovato nella melodia e nelle armonie pop il collante perfetto. Il risultato è qualcosa di difficilmente paragonabile ad altro di già sentito, composizioni semplici eppure brillanti: l’esempio più lampante è “About A Girl”, la cui melodia e il ritornello orecchiabile e facile da ricordare si mischiano al suono nervoso della chitarra, facendo da perfetta colonna sonora al testo: il brano parla infatti degli alti e bassi della relazione di Cobain con Tracy Marander, la sua ragazza dell’epoca. E’ un assaggio di quello stile compositivo e lirico che rimane ancora oggi unico nel suo genere; seppure un po’ grezzo, il sound caratteristico dei Nirvana è già tutto qui, in questi 42 minuti. E ci vuole solo un tour promozionale per gli Stati Uniti e successivamente in Europa perché esploda con tutta la sua forza.



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