Muse
Live At Rome Olympic Stadium

2013, Warner Bros
Alternative Rock

Quando la scenografia diventa padrona della band
Recensione di Nicol˛ Rizzo - Pubblicata in data: 28/12/13

Leggende narrano che la madre di Bellamy, sensitiva per passione, avesse predetto al piccolo Matthew, già piccolo novello Mozart, che da grande sarebbe diventato la più grande rockstar al mondo. Sebbene sia inevitabilmente portato a dubitare di tali affermazioni (la gente tende ad idealizzare le biografie da sempre: pensate alla Genesi), è indubbio che la signora Bellamy ci abbia azzeccato, o perlomeno che ci sia andata parecchio vicino: in vent'anni di carriera, i Muse sono diventati letteralmente immensi, una realtà che, piaccia o no, non si può più trascurare. "Live at Rome Olympic Stadium" segna una sorta di traguardo temporaneo del loro ventennale cammino, la cronaca di un concerto che vuole togliere ogni dubbio sul fatto che i Muse siano una delle band live migliori al mondo.

 

In effetti il concerto è, sotto ogni punto di vista, epico: ciminiere che sparano fiamme in continuazione (prendi questo, ozono!), una versione ballerina di Papa Francesco in "Panic Station", una ballerina che volteggia sul pubblico sulle note di "Guiding Light" ( per chi è stato a San Siro nella tappa del Resistance Tour non sarà una sorpresa), banconote che volano sulla folla durante il climax finale di "Animals" e molte altre diavolerie che rendono il concerto un'esperienza letteralmente indimenticabile. E se è vero che "del poeta il fin è la meraviglia", di certo anche per i Muse le cose non cambiano: lo scopo è stupire, e farlo al meglio. Prendendo in mano "H.A.A.R.P" però, ci si accorge che dal 2007 ad oggi qualcosa è cambiato drasticamente: anche lo storico concerto di Wembley ha una scenografia impressionante, con parabole gigantesche sul palco e un muro di schermi che proietta immagini ipnotiche, ma si repsira ancora un'aria di autenticità, una nota di emozione sui loro volti che non è ancora soffocata dalla sempre presente megalomania. Insomma: è la band che è padrona della scenografia, non il contrario.

 

Quando un concerto diventa uno spettacolo pirotecnico del calibro di quello di Roma, sei automaticamente soggetto ad un copione e, di conseguenza, devi rispettare determinate regole: se non lo fai, tutto va in frantumi. E così, durante "Uprising" i tre devono stare nelle loro rispettive postazioni, in modo tale che i loro cloni sullo schermo diano l'impressione di star facendo gli stessi identici movimenti, trasformandosi in un esercito che inneggia alla rivolta. Oppure durante "Follow Me", in cui Dom e Chris devono rispettosamente farsi da parte per lasciare il centro della pedana a un Bellamy che sembra essere stato colpito da un forte attacco di colite. O ancora durante "Starlight", in cui Bellamy ogni volta si avvicina al centro del palco, posa il microfono e afferra ruba la telecamera all'operatore per inquadrare il pubblico mentre canta il ritornello. Tutto molto bello, non c'è dubbio, ma vi invito a fare una cosa: andate su youtube e andatevi a cercare il video di "Starlight" suonata a San Siro nel 2010. Durante il primo ritornello, vedrete un Bellamy inginocchiato al centro del palco, quasi in preghiera, che accompagna il ritornello cantato dal pubblico con un arpeggio della sua Manson a specchio (ebbene sì, un tempo era solito suonare la chitarra su questo pezzo), per poi alzarsi e, visibilmente commosso, recitare "Hold you in my arms" con un gesto che abbraccia tutto lo stadio: questa è autenticità. Stringere le mani alle prime file è solo esibizionismo.

 

Quello confezionato dei Muse è un concerto talmente ben studiato da risultare finto, che non per questo delude, ma anzi non manca di stupire e di emozionare. Lasciano un po' di amaro in bocca i tagli decisi alla scaletta: togliere "Stockholm Syndrome" e lasciare "Explorers" dovrebbe essere un atto perseguibile penalmente. Sebbene il cambiamento sia rigoroso, questi nuovi Muse danno solo l'impressione di essere una brutta copia di grandi band da stadio del calibro degli U2, una veste che, francamente, gli sta un po' larga.

 

P.S. Amico Bellamy, non fare affidamento sulle predizioni, ci vuole prudenza: anche mia mamma, quando volevo fare l'archeologo, mi aveva detto che sarei diventato il più grande archeologo al mondo, ma, per il momento, di frusta e cappello non c'è traccia.





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