Muse
Drones

2015, Warner
Alternative Rock

I Muse, non più "Dead Inside"
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 08/06/15

Oramai, dovremmo essere abituati al trolling...perdonate, alla "provocazione" dei Muse. Preannunciato come il ritorno alla semplicità, al rock degli esordi ed all'abbandono delle sperimentazioni che hanno caratterizzato l'ultimo decennio di vita del power trio britannico, "Drones" - settimo inciso in carriera - in effetti si è presentato con una "Psycho" tanto ridicola nelle lyrics, quanto ruffiana nel farci capire che una canzone alla Rage Against The Machine è possibile anche comprarla se vuoi, basta assoldare il loro produttore dietro la consolle.
Proprio vero che abbiamo la memoria corta noi, d'altronde i Muse sono coloro che, con "The 2nd Law", sbandieravano una svolta dubstep ed electro mai realmente sviluppata negli intenti (a parte nel singolo apripista "Madness": non è uno scenario oltremodo famigliare?), o quelli che sono andati da Simona Ventura scambiandosi gli strumenti per prendere in giro l'esibizione in playback.

 

Il fatto è che la verità attorno a "Drones" l'ha detta Chris Wolstenholme solo qualche giorno fa durante un'intervista: questo disco è un musical, e non uno di quello che ama risparmiarsi i barocchismi in sede di arrangiamento, nonché scritto con un certo ego-dramma di discreto peso nella "recita" delle lyrics (l'opera ha il coraggio di chiudersi con un "Amen" durante la corale titletrack, per dire).

 

Tuttavia, poiché spesso la verità coi Muse sta sempre nel mezzo, è indubbio che c'è una certa propensione rock dell'opera, specialmente nella parte post "[JFK]", intermezzo che separa il disco da una parte più luminosa iniziale ed una maggiormente contemplativa nel fondo.
Innanzitutto, si avverte decisa una sezione ritmica piuttosto quadrata; senza esagerare nel dire che siamo di fronte a del math-rock, è innegabile che l'impronta della cadenza geometrica di basso e batteria è avvertibile nei brani, ed è tanto funzionale al concept del disco (la perdita di identità personale e la susseguente rivoluzione al sistema, in una sorta di Orwell vestito alla Matrix in un 1984 attualizzato), quanto a Mutt Lunge, producer dell'opera.


Poi, un uso di chitarre non certo selvaggio come agli esordi, ma è certo che il feroce fingerpicking di una "Reapers" non si può ignorare, specialmente quando ti pare di sentire i Guns N' Roses che copulano con le più moderne ed accessoriate pedaliere, in un'orgia consumata tra i Daft Punk ed i Muse stessi, quelli di "Thoughts Of A Dying Atheist" in particolare; una volontà street rock che riecheggia anche nei palpiti "November Rain" della power ballad "Aftermath", soprattutto nel modo in cui il southern rock crepuscolare si scioglie nel sinfonismo dell'orchestra (alla faccia del disco essenziale).

 

Il bello di tutto questo è che pur avvertendo i Muse dietro l'opera con tutti i loro trademark ciclicamente riproposti, per una volta riusciamo (quasi) a dimenticarci cosa sono stati i Muse e cosa continuano a rappresentare in questo ultimo decennio.


Perchè per quanto si senta nuovamente la tastiera "Starlight" abbinata al synth barocco in scala ascendente/discendente ("Mercy"), o il falsetto indiavolato ("The Handler"), quando non il classico arrangiamento vocale alla Queen, tutti questi elementi vengono utilizzati sostenuti da una rinnovata energia nell'ispirazione di Bellamy e soci.


E' tutto lì, nel meraviglioso cambio di tempo che ti prende in contropiede su una "Revolt" (jumping punk-rock song da cantare coi piedi per terra), nell'apertura di solare melodia sull'assolo di "Deflector" (brano in cui l'attenzione dell'ascoltatore viene continuamente rimbalzata come se in balia di uno splitter impazzito), oppure nel ritorno del western morriconiano, stavolta non stemperato in una suite rock ma in un accorato cordoglio - indovinate un po'? - Chopiniano dopo una feroce lotta di chitarra (la lunga, ma godibile, "The Globalist"). Persino il pop: ancora una volta abbiamo del ruffiano r'n'b che si sposa all'anima electro della band, ma "Dead Inside", che apre il disco, risulta alle orecchie probabilmente il brano radio-friendly più convincente mai scritto dai Muse, grazie ad un'interpretazione sofferta e sincopata insieme di Bellamy.

 

E magari no, non è un disco che brilla di capolavori assoluti della musica in senso stretto, e magari certo, la lisergica follia degli esordi è ancora lontana, ma al termine di quasi un'ora di ascolto ti accorgi che di grossolani capitomboli e storture, questo disco ne è quasi totalmente privo (ad eccezione, ovviamente, di "Psycho"). Ed è un "miracolo" che non succedeva da tanto, troppo tempo.


Da "Absolution", per essere precisi.

 

E forse questa è una di quelle buone notizie che molti di voi, sottoscritto incluso, non vedevano davvero l'ora di veder leggere, e che vale molto di più del voto che state per accingervi a scoprire.





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