MGMT
Little Dark Age

2018, Columbia Records
Pop

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 13/02/18

Avevamo lasciato gli MGMT un lustro fa un po’ dispersi nel labirinto della loro psichedelia. Un caos che rischiava di sfuggire di mano, tanto che l’aver appreso l’anno scorso che questo “Little Dark Age” sarebbe stato influenzato da massicce dosi di pop ottantiano e sintetico veniva accolto con estremo favore da queste parti – tanto più vista la qualità degli estratti in anteprima. Un po’ come uno scolaretto discolo, che aveva bisogno di una severa maestra per poter tornare disciplinato quel tanto che basta per poter esprimere appieno il suo potenziale nascosto. Orbene, oggi che abbiamo il quarto parto discografico del duo newyorkese tra le orecchie, possiamo concludere che la lezione impartita dagli anni ’80 non è stata spesa invano.

All’inizio è ancora tutto piuttosto rocambolesco: l’alunno psichedelico si esprime con eccessiva esuberanza su un glamorous urban swing che ricorda le atmosfere delle Cibo Matto (“She Works Too Much”), ma ecco che implacabile arriva la “Little Dark Age” che, col suo manifesto di embionale synth pop pre-era darkwave, arriva a rimettere tutto in ordine, con un rigore formale a dir poco formidabile (eccezionale, in tal senso, anche la perfezione stilistica quasi molesta del video, di cui si consiglia vivamente la visione).
Da lì, ragione e sentimento cominciano a conoscersi, ed a cooperare meravigliosamente: lo studente a dare un gusto per la melodia brillante ed un arrangiamento stratificato e sempre sorprendente, la maestra a mettere nel giusto ordine i pezzi, il tutto per un piacere assolutamente intenso nell’ascoltatore. E la cosa ancora più soddisfacente è che l’insieme non risulta affatto di maniera, soprattutto se vi aspettate la classica operazione “retromaniaca” di questo ultimo decennio musicale. Per dire: siamo più dalle parti dei Roxy Music che Depeche Mode come scuola di pensiero, ed il tutto assume un’eleganza preziosa e gustosa.
 
Certo, lasciate stare gli estremi (seppur incredibilmente lucidi e “a fuoco”) dell’omaggio spudorato agli Wham (persino nel titolo) di “Me And Michael”, o quel flavour Samantha Fox su “One Thing Left To Try” (che giunge, però, come a colmare un profondo senso di colpa dopo una strumentale “Days That Got Away” totalmente lisergica e ricavata dalla sabbia del deserto del Nevada anno 1974): “Little Dark Age” è disco che si esprime al meglio quando la psichedelia ed il senso arty sono sì presenti, ma vibrano di un’emozione pop palpabile e vincente, come avviene sulla tropical eleganza extravaganza di “TSALMP”, o sul dittico di ballate posto in chiusura che, col  loro insieme, rappresentano un viaggio perfetto tra un cuore che batte flower power, un cervello che impone il synth, e degli occhi che vedono l’attuale skyline di New York.

Prodotto sempre dal fido Dave Fridmann, stavolta aiutato da Patrick Wimberly, “Little Dark Age” è dunque un album dichiaratamente docile e mansueto, ma che nella suo essere ligio e pio non si risparmia in energia ed emozione. E negli effetti, è anche il disco meglio riuscito degli MGMT dai tempi dello spettacolare esordio di “Oracular Spectacular” (scusate il gioco di parole).
 
Anzi, vorremo osare un poco di più: se alcuni dei fidi estimatori della band, col tempo, faranno guadagnare sempre più posizioni nella loro classifica personale a questo “Little Dark Age”, non ci sorprenderemmo affatto. Così come lontano rimarrebbe lo stupore nello scoprire che la folla attorno al nome degli MGMT è cresciuta dopo questo episodio. Perché in fondo lo sappiamo: il problema non riguarda mai la volontà di esprimersi con un linguaggio più accessibile; semmai, la vera sfida è rimanere poi comunque interessanti. E Benjamin ed Andrew sono riusciti a vincere a man bassa l’impresa. 





01. She Works Too Much
02. Little Dark Age
03. When You Die
04. Me And Michael
05. TSLAMP
06. James
07. Days That Got Away
08. One Thing Left To Try
09. When You’re Small
10. Hand It Over

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