Metallica
Hardwired... To Self-Destruct

2016, Blackened
Thrash Metal

I Four Horsemen sono tornati. Con il loro solito incedere pesante, potente danno vita a "Hardwired...To Self Destruct". Un album ben costruito e prodotto con una qualità consona alla band in questione.
Recensione di Isadora Troiano - Pubblicata in data: 17/11/16

I Four Horsemen, nel bene e nel male, sono tornati. Con il loro solito incedere pesante, potente come una detonazione, hanno ripreso il loro posto tra le ultime uscite discografiche ed è chiaro che per mesi, forse anni, dal lato fan sfegatati, si parlerà di "Hardwired... To Self-Destruct". È certo che i Metallica hanno aperto l'ennesimo capitolo della loro carriera trentennale, con tutto ciò che comporta: aspettative alle stelle, fermento tra fan e detrattori, e una buona dose di coraggio.
Perché sì, quello che da subito andrebbe riconosciuto a una band ormai leggendaria è l'ardire di rimettersi in gioco, di non vivere solo di una rendita enorme che li farebbe andare avanti felici e soddisfatti (e ricchi sfondati) fino alla pensione, di imbracciare gli strumenti e fare nuova musica.
Un'altra cosa da sottolineare è l'approccio: se qualche anno fa li avremmo visti rinchiusi in studio, concedendo solo qualche assaggio live dei nuovi pezzi, nel 2016 troviamo dei Metallica molto più aperti al mondo della distribuzione online, che fanno uscire i brani nuovi nella loro interezza sui maggiori network e a disposizione di tutti, mettendo in piedi una macchina di marketing da manuale. Non ultima la risposta al leak illegale dell'intero album con il rilascio, di ora in ora, di tutte le canzoni del disco corredate di video ad hoc, segno che i quattro sono arrivati preparatissimi al nuovo scontro con il potere della rete.


"Hardwired... To Self-Destruct" è un album ben costruito e, finalmente, prodotto con una qualità consona alla band in questione: messa da parte la compressione estrema di "Death Magnetic", tra le critiche maggiori all'ultimo disco dei Four Horsemen, ci si trova di fronte a un suono a tutto tondo, che lascia spazio a tutti e quattro i musicisti e che esalta uno dei punti di maggiore forza dei Metallica, ovvero la smaccata attitudine live, che poco si adatta alla costrizione dello studio. 

In un disco così lungo e complesso, l'ago della bilancia sono, come si vedrà, i mid-tempos, che abbondano in "Hardwired...To Self Destruct": mentre i pezzi più tirati sono quasi tutti di buon livello, è rallentando che si nota maggiore fatica a mantenere vivo l'interesse in ogni pezzo. Tutto l'impianto dell'album è tenuto in piedi da una performance a dir poco notevole di James Hetfield, sia a livello vocale che strumentale, come anche dal punto di vista compositivo. Hetfield dirige tutto il tono generale ponendo i due capisaldi dell'intero lavoro: un riffing massiccio, solido come roccia su cui basare tutto il resto e che rappresenta il fil rouge che tiene insieme l'album, e linee vocali varie e complesse, che uniscono la melodia al suo classico timbro graffiante e sporco, il tutto dosato in maniera sapientemente bilanciata. Un esempio di ciò è il brano "Confusion", in cui la voce di James Hetfield spazia tra un cantato pulito e armonizzante al più classico tono ruggente che è il suo marchio di fabbrica. 

Altra nota positiva è lo spazio finalmente più ampio lasciato al basso: Rob Trujillo si è evidentemente guadagnato il posto che gli spetta di diritto nella band e ha partecipato più attivamente al lavoro compositivo (la traccia ManUNkind porta anche la sua firma). Finalmente, c'è da ribadirlo, il basso nei Metallica non è più nascosto tra le pieghe del suono o lasciato prepotentemente in secondo piano, anche se, c'è da dire anche questo, non spicca per varietà o complessità compositiva, ma emerge più del solito e contribuisce a creare, insieme all'immancabile Lars Ulrich, un compatto binario sonoro su cui far viaggiare i riff di Hetfield e gli assoli di Kirk Hammett.

Quest'ultimo rappresenta il terzo elemento generalmente positivo del disco: si sa che Kirk Hammett sia una certezza all'interno del quartetto nel ricamare sulla base sonora con assoli sparati alla velocità della luce o strabordanti di wah-wah e in "Hardwired...To Self-Destruct" è esattamente questo il ruolo ricoperto dal chitarrista. La posizione di Hammett è ben salda all'interno del quartetto e la sua mano si sente pesantemente nelle parti più heavy e veloci del disco, ma sicuramente da lui ci si sarebbe aspettato qualche picco creativo in più, per dare maggiore spessore alle parti soliste in maniera più continuativa e omogenea per tutto l'album, cosa che invece non accade. 

La nota dolente della performance personale dei Four Horsemen è rappresentata dal batterista Lars Ulrich, che è sempre stata la questione più controversa nei dischi dei Metallica. Si sa, Lars è l'anima dei Metallica in vari aspetti, il suo contributo compositivo è fondamentale, in questo come in tutti i dischi della band e, mentre Hetfileld e Hammett sono ormai una coppia consolidata da più di trent'anni di musica insieme, è di sicuro il membro della band che più ha dovuto adattare il suo suono ai vari avvicendamenti nella sezione ritmica. Il suo drumming in questo disco, però, risulta un po' troppo standardizzato e fedele allo stile classico del batterista, seguendo ritmi e linee di batteria prive di spunti di fantasia e di diversificazione per tenere alto il livello in ben 80 minuti di disco. Stacchi e rullate si susseguono a ritmo regolare ma piatto, quasi a creare un sottofondo che si, fa da base al resto del sound, ma non spicca e non caratterizza i brani.

L'atmosfera che regna nella prima parte di "Hardwired... To Self-Destruct" ricorda il predecessore "Death Magnetic", soprattutto in brani come la titletrack o "Moth Into The Flame": se il primo, infatti, sembra quasi un pezzo lasciato fuori dal disco precedente, il secondo solleva decisamente il morale con un grande spolvero di chitarre affilate e ritmo incalzante. Nel blocco di partenza si inserisce un'altra traccia già nota, "Atlas,Rise!", che in prima battuta sembra ricalcare lo stile già imposto dalle altre canzoni citate ma che nello stacco e nel ritornello vira dal thrash ripulito a qualcosa che si avvicina al NWOBHM, quasi in stile Iron Maiden. Il terzo posto è occupato dalla più sottotono "Now That We're Dead": i Four Horsemen ce la mettono tutta, imponendo un groove aggressivo sostenuto da una sezione ritmica roboante inizialmente piacevole ma che avrebbe potuto funzionare meglio tagliando la durata complessiva di almeno due minuti. Emerge da questo caso uno dei difetti fondamentali di "Hardwired... To Self-Destruct", ovvero la durata eccessiva delle canzoni; anche brani come "Confusion" o "Murder One", dedicata a Lemmy, suonano troppo prolissi, per come si snodano le strutture dei pezzi e anche se si apprezza l'imperituro desiderio dei Metallica di andare controcorrente, a tratti la cosa suona quasi come una forzatura.


Addentrandosi maggiormente nel disco e lasciati da parte gli "assaggi", che potevano far presagire un collegamento troppo stretto col disco precedente, qualcosa cambia: l'atmosfera si fa più rarefatta, ipotetiche luci si abbassano e si viene catapultati indietro nel tempo, ad ambientazioni di Load/Reloadiana memoria con "Dream No More", uno dei brani migliori del disco. Il cantato di Hetfield si incastona alla perfezione su un riffing pesante e distorto che traccia una melodia dal sapore che sfiora lo sludge per poi sfociare in un assolo lungo in crescendo.
Si prosegue con un altro ottimo pezzo, "Halo On Fire": è un brano molto ispirato e caratterizzato dai numerosi cambi di tempo, che parte leggero ma si fa sempre più intenso e feroce in un crescendo di epicità.
Giunti a metà disco, con già quasi 40 minuti di musica alle spalle, può venire da chiedersi se non basti così, se non avessero fatto meglio a fermarsi e chiudere così un buon disco. Ma si sa che quando si parla dei Metallica le mezze misure e i "basta così" non sono contemplati, per cui ci si trova davanti ad altre sei tracce per altri 40 minuti o quasi (da qui la scelta del doppio disco).

 

La cesura tra una parte e l'altra si sente, ma non deve condizionare l'ascolto complessivo perché anche la "seconda" parte di "Hardwired...To Self-Destruct" ha qualcosa da dire.
Apre le danze "Confusion": il ritmo "militare" parte per poi lasciare spazio ad arpeggio e riff, mentre James Hetfield si lascia andare a modulazioni vocali molto suggestive e insolite. Gli assoli si incastrano tra una strofa e l'altra rendendo più varia la sezione chitarre, mentre il drumming e la sezione ritmica in generale sono un po' troppo lineari per dare il boost giusto a un brano che ha evidentemente del potenziale.
Sulla stessa linea anche la successiva "ManUNkind", firmata per la prima volta anche da Rob Trujillo insieme ai soliti noti Lars e James. L'atmosfera iniziale ricorda, vagamente, i Metallica di tanto tempo fa nei mid-tempo come "The Thing That Should Not Be" ma la sensazione dura poco perché subito i quattro si lanciano in un cadenzato contrappunto tra chitarre e batteria, pieno di stacchi e rullate che portano al ritornello per poi tornare al punto di partenza e di nuovo ancora, quasi un valzer distorto. Qui si osserva una performance più coinvolta di Lars Ulrich, con qualche controtempo qua e là e un minimo di variazione in più rispetto all'andamento generale del disco.
Se nella seconda parte dell'album si nota una specie di battuta d'arresto nel ritmo, i punti più bassi sono raggiunti proprio qui, con "Here Comes Revenge" e "Am I Savage". Non sono brani lenti, certo, ma la mancanza di varietà e di originalità compositiva le fa sembrare quasi delle b-side in confronto al resto del disco.
È il momento di "Murder One", già citata canzone dedicata allo scomparso Lemmy Kilmister "one crown, born to lose". Il testo ovviamente parla del leggendario bassista dei Motorhead con vari riferimenti a lui e alle sue canzoni, ma il tutto scorre via senza lasciare un'impronta vivida all'ascolto, suona un po' troppo fiacco e lento, specie pensando all'uomo ispiratore del brano. Salvano in corner la voce di Hetfield e le schitarrate di Hammett ma, tirando le somme, anche qui non bastano a farne un grande pezzo.


Quando ormai tutto sembra concluso, in maniera del tutto inaspettata, ecco che gli ultimi sette minuti del disco fanno schizzare alle stelle l'attenzione e l'album si chiude definitivamente con un pezzo di livello nettamente superiore al resto dei brani che l'hanno preceduto: "Spit Out The Bone" è violenta, ossessiva, martellante. Lars qui tira fuori la migliore performance del disco, da parte sua, con una cavalcata thrash degna dei Metallica delle grandi occasioni. Hetfield conferma il suo ruolo dominante sia a livello vocale che con la chitarra che si intreccia e si rincorre con quella di Hammett e con il basso di Trujillo per tutti questi tiratissimi minuti. Sicuramente questa track sarà un tassello importante dei prossimi live dei Four Horsemen perché ha tutte le carte in regola per far saltare e scapocciare anche il fan meno convinto.

Nel complesso si tratta, comunque, di un disco di tutto rispetto, che dimostra che Lars, James, Kirk e Rob non sono certo dei "vecchi bolliti" ma hanno ancora la forma necessaria e la voglia di far vedere chi sono. Citando proprio un brano di "Hardwired...To Self Destruct": crushed under heavy skies, Atlas, rise!





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