Mastodon
Emperor Of Sand

2017, Reprise Records
Metal

I Mastodon ci portano in un deserto sconfinato, dominato da divinità inquietanti e rovine di antiche civiltà, da cui solo un viaggiatore esperto e risoluto può uscire
Recensione di Isadora Troiano - Pubblicata in data: 31/03/17

A tre anni dall’ultimo lavoro, "Once More Round The Sun", tornano i Mastodon con un nuovo concept album, "Emperor Of Sand", sulla scia della psichedelia dei vecchi lavori come "Crack The Skye". È un album più prog, meno metal degli altri e…e basta! 
Basta con la solita solfa. Partiamo dai fatti: i Mastodon, in 17 anni di carriera, hanno sfornato 7 album, di cui almeno uno, "Leviathan", è tra i migliori album metal moderni, lontani dalle nostalgie anni ’80 e creato da una band che si è formata da meno di due decadi.  Le sonorità dei Mastodon hanno la particolarità di portare, sempre, la loro inconfondibile firma. Che si chiami prog, metal, stoner, sludge, quasiasi etichetta si voglia dare, i Mastodon si riconoscono al primo ascolto. 
 
Negli anni, i Mastodon si sono evoluti, hanno sperimentato, hanno osato e sono tornati alle origini, sempre mantenendo come filo conduttore la propria impronta sonora: i cantati urlati di Brent Hinds, la sua chitarra che si rincorre insieme a quella di Bill Kelliher tra soli e riff corazzati, le cupe linee di basso di Troy Sanders e le impossibili parti di batteria di Brann Dailor. Sono certezze che si ritrovano in "Emperor Of Sand" e che lo rendono un album denso di pathos, creatività e tecnica. 
 
Tutto questo è subito riscontrabile nei tre brani usciti in anteprima per preparare il pubblico all’arrivo di "Emperor Of Sand": prima "Sultan’s Curse", pezzo che più mastodontico non si può, poi "Show Yourself", con sonorità più catchy, quasi alla Queens Of The Stone Age, e che ricorda molto gli ultimi due lavori in ordine di tempo, e infine "Andromeda", che invece spiazza e fa presagire che il nuovo album non sarà esattamente quello che ci si aspettava, sempre alla luce delle ultime due uscite. E infatti è proprio da questo brano che si dovrebbe subito capire che nell’ultimo lavoro del quartetto di Atlanta c’è molto, molto di più.

"Emperor Of Sand" è un disco a tutto tondo, contiene tutto quello che i Mastodon hanno avuto e hanno ancora da dire. Le 11 tracce prima ti prendono per mano e poi ti trascinano per le caviglie in una spirale discendente sempre più profonda. L’atmosfera si fa sempre più cupa di traccia in traccia, dopo i singoli già citati: con "Precious Stones" a fare da ponte, arriva  "Steambreather" che, coi sui pesanti riff di sottofondo e la batteria ossessiva, accompagnati da un Brann Dailor in ottima forma vocale, ci porta nel deserto di sabbia e desolazione del titolo. In "Roots Remain" come anche nella successiva "Word To The Wise" il riffing massiccio e distorto si alterna alla melodia struggente che rimanda al tema molto critico dell’album: la malattia, la paura della morte, la perdita. Questa alternanza è il filo conduttore di tutta la parte centrale dell’album e torna in "Ancient Kingdom" e nella grandiosa, implacabile "Clandestinity". Ma è nella parte finale che i Mastodon spingono maggiormente sull’acceleratore, chiamando in aiuto una vecchia conoscenza, Scott Kelly dei Neurosis: grazie a lui, a chitarre e basso pesanti come macigni e al solito, magistrale Brann Dailor, abbiamo "Scorpion Breath", forse la migliore dell’album e sicuramente destinata a diventare un classico, insieme alla successiva traccia, la sontuosa "Jaguar God", quasi 8 minuti di pura mastodonticità in grande spolvero. 
 
In "Emperor Of Sand", i Mastodon mettono a nudo la propria anima canzone dopo canzone, ma non è qualcosa di immediato: è un album che cresce con l’ascolto, perché molto ricco di dettagli che non possono essere colti con un ascolto superficiale, ma che si lasciano scoprire una riproduzione dopo l’altra.  E ascolto dopo ascolto si capisce che "Emperor of Sand" è un disco maturo, potente e degno di essere annoverato tra le prove migliori dei quattro.  




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