Machine Head
Bloodstone & Diamonds

2014, Nuclear Blast
Thrash

I Machine Head si riconfermano in stato di grazia
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 11/11/14

Superato a piè pari l’ostacolo del dopo album/capolavoro “The Blackening” con il convincente “Unto The Locust”, la strada per i Machine Head non possiamo certo dire che fosse facile, ma con meno pressioni sicuramente sì. Dato prova della rinnovata verve degli americani sul lungo periodo, Robb Flynn e soci devono essersi tolti un peso non da poco dal groppone, liberi quindi di riprendere la propria costante evoluzione sonora. Se nel 2011 non si potevano tradire i fan dopo “il disco del decennio”, con “Bloodstone & Diamonds” i nostri devono essersi sentiti con le spalle sufficientemente coperte per pubblicare un disco, l’ottavo della carriera, sorprendente, il classico disco che non ti aspetti.

Un album spiazzante in prima battuta che è a tutti gli effetti un netto cambio di passo dopo il terzetto spettacolare di lavori dal 2003 al 2011, che ha ridato ai Machine Head la posizione e la considerazione nel panorama metal che avevano smarrito verso la fine degli anni 90. I pilastri su cui poggia l’evoluzione del quartetto di Oakland sono due. In prima battuta si nota un cambiamento del generale songwriting dei brani. Il substrato thrash è (fortunatamente) sempre vivo e pulsante, quello che cambia è come questo viene modulato lungo la tracklist. Le classiche fughe e le cavalcate di chitarra che hanno fatto la fortuna delle due asce Flynn/Demmel sono state soverchiate dalla voglia di donare una nuova natura ai brani. La scrittura appare ora più ragionata, più strutturata (o meglio, strutturata in modo diverso), andando a battere territori più moderni, smorzando l’aggressività e facendo affiorare maggiormente il  feeling delle canzoni, senza rinunciare alla proverbiale complessità del riffing.

Contestualmente il secondo fattore chiave per la riuscita di “Bloodstone & Diamonds” è la melodia. I prodromi erano già palpabili in “Unto The Locust”, ma evidentemente la band non era ancora in grado di reggerne in quantità così importanti. Questo si traduce in una serie di chorus particolarmente indovinati, che svariano dall’epico all’ammiccante “radio friendly”, in cui il contributo del nuovo bassista Jared MacEachern (al posto dello storico Adam Duce) è stato decisamente importante. Tutto questo si traduce in un album dalla lunghezza considerevole di dodici canzoni, in controtendenza rispetto al passato (in cui la durata media per ogni brano era maggiore), per oltre settanta minuti di musica ricchissima di spunti, molto varia e piacevolmente sorprendente, meno immediata ma molto appagante una volta preso confidenza. Una durata forse eccessiva che riesce comunque a trovare una ragione nella continua alternanza di brani molto diversi tra loro, in grado di compiere il classico sali/scendi di intensità lungo la tracklist.

Che ci fosse qualcosa di nuovo in “Bloodstone & Diamonds” lo avevamo intuito già mesi fa, quando il primo estratto “Now We Die” aveva subito messo in mostra dei violini inseriti in modo funzionale al brano (e non tanto per), ma sinceramente non ci aspettavamo questa evoluzione, che come avrete potuto immaginare, va ben oltre. Parte proprio dalla radice del disco, che assume per la prima volta anche una connotazione riflessiva, non solo aggressione, ma molto sentimento. Niente paura comunque, di violenza ce n’è quanto volete, gli assoli di Phil Demmel sono numerosi e tutti di grande fattura, McClain è il solito polpo meccanico precisissimo, i Machine Head si fanno riconoscere e sicuramente alcuni nuovi brani in sede live mieteranno vittime nei pit di mezzo mondo. Quello che finalmente ci fa esultare è vedere come una band ormai storica cerchi di proporre qualcosa di nuovo, senza rinunciare alle proprie tipiche frecce al proprio arco. In un mercato zeppo di gente che si siede sugli allori, onore dunque ai Machine Head, sempre più tra nomi di punta dell’heavy metal dei giorni nostri.



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