Keith Richards
Crosseyed Heart

2015, Universal
Rock

"Queste canzoni sono come drammi teatrali. Nessuno di loro va direttamente dalla A alla Z. E' quello che mi piace di loro." K.R.
Queste canzoni,” racconta Keith Richards a Anthony DeCurtis che ha curato le note di copertina, “Sono come drammi teatrali. Nessuno di loro va direttamente dalla A alla Z. E’ quello che mi piace di loro.

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Queste canzoni,” racconta Keith Richards a Anthony DeCurtis che ha curato le note di copertina, “Sono come drammi teatrali. Nessuno di loro va direttamente dalla A alla Z. E’ quello che mi piace di loro.

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Recensione di Giulio Beneventi - Pubblicata in data: 22/09/15

E' una coincidenza che tutti gli album da solista di Mick Jagger facciano tremendamente ribrezzo mentre quelli di Keith Richards suonino dannatamente Rolling Stones? No, fidatevi di me, non lo è. E non lo è neanche il fatto che questo terzo album in proprio -ritardato nell'uscita per tanto tempo e osteggiato in diversi modi dal suo glimmer twin- sia di gran lunga migliore di qualsiasi cosa tirata fuori dagli Stones sin dai lontani giorni di "Voodoo Lounge" (e molto probabilmente anche prima).
Il motivo è di quelli scontati: gli elementi "primari" della band britannica -quelli basilari, che funzionano dagli anni '60 a livello musicale- sono da sempre figli prediletti della sua chitarra; è da lì che nascono -per sogno o per tossica ispirazione- e soltanto successivamente, dopo la macinatura dei riff, vengono trattati secondo l'imprenditoriale metodo Jagger. Ed è per questo che solo negli album di Keef ritroviamo quella stessa materia prima, scarna e rozza. Soltanto che questa volta non c'è Mick alla direzione artistica. C'è solo un uomo di buona cultura musicale a cui non frega nulla di camicie Hilfiger o di eventi alla moda ma soltanto della sua musica e di ciò che piace a lui. Così si va sempre solo dove vuole Keef dal country macchiato di blues al soul, dal r n r più tradizionale sino al suo grandissimo amore per il reggae ma la sensazione è che il discorso ampiamente variegato non sia poi così distante dai primi due dischi solisti "Talk Is Cheap" (1988) e "Main Offender" (1992), sebbene siano passati ben 23 anni dalla loro pubblicazione. Del resto, c'è sempre in veste di co-produttore, compositore e batterista Steve Jordan insieme agli X-pensive Winos e la vibe generale è da disco raramente e sinceramente vintage, classico e raffinato, dal tocco prima tipicamente sporco poi estremamente profondo e posato.
E poi c'è sempre lui, l'immortale chitarrista, eterno fuorilegge a 71 anni suonati, 50 e fischia da pietra rotolante e con ben 13 composizioni inedite (più 2 reinterpretazioni, la fantastica "Love Overdue" in levare di Gregory Isaacs e lo standard folk targato 1933 "Goodnight, Irene" di Huddie Ledbetter), a tratti quasi autobiografiche e introspettive, comunque sempre lontane anni luce dall'autoindulgenza, tra le cui righe si possono leggere tranquillamente "illegali" riferimenti a sregolati decenni della sua vita, come nella splendida ballad "Robbed Blind" dai riflessi d'argentoThe cops, I can't involve them / God knows what they could find») o a vicissitudini quotidiane come nel singolo apripista "Trouble" («Just because you find yourself, back to jail again / That don't mean that we can connect»).
In questa scorpacciata di buona musica c'è spazio anche per l'ironia di "Amnesia" sull'incidente con la palma di cocco nel 2006, il rock fm molto Bryan Adams di "Nothing On Me", la corsa alimentata dallo zucchero di canna di "Blues In The Morning" e le ospitate di Norah Jones e David Porter (rispettivamente su "Illusion" e la conclusiva "Lover's Plea").


E fa quindi sorridere, riascoltandolo, quell'«All right, that's all I got» di introduzione. Come fosse poco. Come per dire, ecco tutto quello di buono che ho messo da parte negli anni. Spero possa bastare.

Eccome, Keef. Eccome se basta.





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