Ivory
Southern Cross

2016, Rockshots Records
Power Metal

Il gruppo power bielorusso non convince: songwriting, arrangiamenti e produzione non all'altezza contribuiscono alla mancata riuscita di "Southern Cross"
Recensione di Roberto Di Girolamo - Pubblicata in data: 10/08/16

A partire dall' intro strumentale, i bielorussi Ivory introducono il loro epic\power metal dalle tinte sinfoniche, ma già dall'incipit qualcosa non sembra andare per il verso giusto: la stanchezza sembra essere il leitmotiv della composizione, e le cose non vanno meglio con il singolo "Vanitas Vanitatum", un'opener senza infamia e senza lode. Da qui in poi iniziare un'articolata descrizione delle singole tracce sarebbe davvero poco fruttuoso, visto che il songwriting è caratterizzato da un andamento talmente piatto che rende le pur brevi tracce tutte caratterizzate da minutaggio in eccesso.

 

I buoni momenti del platter, come il ritornello di "Passing Days" e l'ipnotica parte centrale di "Ulysses", sono incastonati in canzoni che vengono dimenticate per sempre non appena terminato il playback. Ogni tentativo di personalizzazione finisce poi in soluzioni indecise prive di qualsivoglia direzione.
I momenti più melodici scorrono via senza lasciare traccia e le armonie non sembrano mai risolversi in modo incisivo. Anche quando l'ascoltatore viene svegliato dal torpore dato dall'omogeneità assoluta in qualche passaggio, viene poi immediatamente riportato in una landa insipida.
Passando alle performance, gli interventi di chitarra solista tendono ad essere scolastici e anche il riffing appare tutto sommato derivativo, seppure sia, insieme al basso, uno degli aspetti meno penalizzanti del disco. Anche il drumming è discreto, mentre il problema più vistoso è la voce solista. Ogni disco power o epic dovrebbe avere voci ispirate capaci di dare la giusta enfasi alle parti strumentali, mentre qui troviamo esecuzioni sbiadite di linee melodiche già di costituzione per nulla originali e per niente accattivanti. Infine, gli intermezzi esclusivamente sinfonici che dovrebbero rappresentare un valore aggiunto sono tutti interlocutori e appaiono inseriti più per tentare un differenziazione a posteriori che per supportare reali esigenze compositive.

 

La produzione poi lascia molto a desiderare: il suono della batteria appare spento e privo di personalità, minando così in toto le fondamenta del disco. A questo si aggiungono volumi generali sbilanciati, come dimostra un incremento ingiustificato del volume del basso a partire dalla traccia "Creator", inspiegabile sia a livello tecnico sia tenendo conto di eventuali esigenze artistiche. I piatti poi tendono a saltare troppo fuori dal mix, provocando una fastidiosa sensazione di straniamento durante l'ascolto. Le chitarre sono inoltre poco definite in alcune sezioni e troppo sottili in altre, mentre gli assoli di tastiera tendono a essere impastati e a perdersi con il resto degli strumenti. A peggiorare il quadro complessivo ci pensa una generale mancanza di robustezza che penalizza pesantemente tutta la tracklist.

 

Essere così critici con il gruppo non ci provoca certo una sensazione di piacere, ma se si vuole proporre qualcosa di valido nel genere evitando di annoiare l'ascoltatore per più di 50 minuti allora serve uno sforzo massiccio per migliorare e personalizzare la propria offerta. Possibilmente lavorando di pari passo anche sugli arrangiamenti e sulla resa sonora.





01. Overture 1910
02. Vanitas Vanitatum
03. Ulysses
04. Creator
05. Passing Days
06. Terra Nova
07. February
08. Southern Cross
09. Warrior's Story
10. I Remember (Bonus Track)

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