Iron Maiden
The Number Of The Beast

1982, EMI
Heavy Metal

I rintocchi delle campane annunciano la morte del condannato, la nascita del mito.
Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 30/12/13

Un urlo che squarcia il cielo plumbeo, il corpo esanime che non riesce a toccar terra. Da sette minuti sono ormai passate le cinque, da sette minuti tacciono le campane a morto che presagivano l’esecuzione. La vita che abbandona le membra di un povero diavolo che troppo tardi aveva capito di aver sempre guardato il mondo da un’angolazione errata, aveva recitato poco prima il “Pater Noster” col cappellano, ma anziché conforto trovò un irrefrenabile terrore per quel che di li a poco sarebbe accaduto per colpe di cui si è pentita troppo tardi. Inutile inveire contro gli alti Cieli e chiedersi “se c’è davvero un Dio, perché mi stan portando via?”, inutile tentare di convincersi che tutto ciò è stata una strana illusione.

Si conclude così, con un angosciante ed interminabile urlo, uno degli album che hanno segnato in maniera incredibilmente possente le rocciose pagine della storia dell’Heavy Metal, un album che inizia con un assalto di chitarre e scariche di batteria scomposto e barbaro, arginato pochi minuti dopo dalla disperata e lacerante storia d’un bimbo dannato. “The Number Of The Beast” è uno dei punti più alti dell’intera carriera degli Iron Maiden, non solo per l’eccezionale prestazione vocale di Bruce Dickinson che in un sol colpo porta la band ad un livello decisamente più complesso ed elevato (nei live dimostrerà inoltre che la sua voce è potente anche senza gli accorgimenti tipici delle produzioni in studio), non solo per una produzione che valorizza appieno ogni singolo membro della band, non solo per la presenza di masterpieces che rimarranno per anni, decenni nelle scalette dei vari tour:  è l’album della svolta, della conferma, dell’inizio dell’inarrestabile creazione a valanga dei più classici riff della Vergine Di Ferro (la caratteristica “cavalcata alla Maiden” sarà incontrastata protagonista da “Run To The Hills” in poi).

È l’album della svolta perché, dopo il sorprendente debutto di due anni prima e la buona prova di “Killers”, la band ha trovato la formula perfetta per presentarsi ufficialmente alla porta della definitiva consacrazione mondiale, pur pagandone in fatto di serenità durante le registrazioni (celebri le sfuriate tra Dickinson ed il produttore Martin Birch per le interminabili ore di prove); è l’album della conferma perché i Nostri raggiungono finalmente la vetta della classifica inglese (simpaticamente Dickinson ricorda che quando fu annunciata loro la notizia, erano contenti ma non troppo, visto che erano impegnati a spingere un pullmino guasto, mezzo con cui viaggiavano durante il tour australiano) ed iniziano a farsi strada (e nemici tra i perbenisti) negli Stati Uniti. Se a tutto ciò aggiungete che per l’ex d’eccezione Paul Di’Anno “The Number Of The Beast” è in assoluto il miglior album degli Iron Maiden, vien da sé che quest’opera ha in sé qualcosa di molto particolare, ovvero la miscela perfetta tra furia, armonizzazioni, melodia e capacità compositiva sia musicale, sia testuale.

Soprattutto, “The Number Of The Beast” è l’album dell’inizio dell’inarrestabile cavalcata verso i vertici del mondo musicale perché è il primo che vede Steve Harris e soci impegnati a creare realmente da zero un disco. Se “Iron Maiden” era la riproposizione in bella copia di “The Soundhouse Tapes” più qualche brano già presente nelle scalette dei concerti, se “Killers” vedeva la rifinitura di canzoni che non trovarono spazio nell’album precedente e di altre già preparate tra una data e l’altra nel 1980, ora i Nostri sono sotto una pressione non indifferente, ma anche dinanzi alla possibilità di sfogare le proprie idee come mai era capitato prima, iniziando a comprendere davvero di poter essere annoverati tra i migliori act del periodo (la linfa inizierà ad esaurirsi qualche tempo dopo, ma sono altre storie, altri momenti, altri motivi). L’unico appunto che potrebbe esser fatto nei confronti del disco, e che gli stessi interessati successivamente ammetteranno, è l’aver inserito “Gangland” nella tracklist definitiva, rilegando “Total Eclipse” (una delle poche composizioni che vedranno Dave Murray come autore principale) come b-side di “Run To The Hills”, e non aver fatto invece il contrario. Poco male, visto che nelle rimasterizzazioni degli anni ’90 si rimediò aggiungendola alla tracklist, portando così il numero dei brani a nove.

Nonostante le contestazioni dei puritani americani che accusarono stupidamente i Maiden di satanismo, nonostante le innumerevoli leggende su incidenti e strani avvenimenti nel corso delle registrazioni, “The Number Of The Beast” è uno di quei dischi che è necessario ascoltare, sviscerare, assimilare, a prescindere dall’essere fan o meno della band inglese. L’epicità roboante e la plumbea atmosfera presenti in questo disco difficilmente troveranno pari nelle successive produzioni . Una incisione che palesa perfettamente il cambio di marcia della band di Steve Harris: dopo sarà una rincorsa tra cavalcate ed assalti urlati, tra citazioni letterarie e narrazioni mitiche e mitologiche, ottime produzioni studio e stage sempre più sempre più impegnative e date sempre più numerose, Dickinson già durante il tour di “Powerslave” sarà protagonista di un evidente calo di prestazione vocale, se comparato al se stesso di due anni prima).

Cristallizzato nel tempo, nel limbo dorato della scissione tra la ruvida scorza primordiale e l’incandescente cuore pulsante come muscolo impazzito, “The Number Of The Beast” è il piccolo gioiello che racchiude in sé l’irruenza degli albori e la scrupolosa ricerca di soluzioni via via più elaborate dei futuri Iron Maiden. Un battito lungo quarantaquattro minuti e cinquantatre secondi, un battito prima che il vecchio cuore si fermi e lasci libera l’anima di trasmigrare verso un nuovo corpo che vedrà anni di luce dorata, che arrancherà solo quando all’orizzonte sorgerà il nuovo decennio.



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