Iced Earth
Incorruptible

2017, Century Media Records
heavy metal

Col nuovo "Incorruptible", gli Iced Earth tagliano corto con l'era frammentaria degli album tematici
Recensione di Marco Migliorelli - Pubblicata in data: 25/06/17

Trent'anni sulla breccia...
Scindere gli Iced Earth dal nome di Jon Schaffer è impossibile, così come è indissolubile il legame fra la voce unica di Matt Barlow ed i solidi, personali e potenti album degli anni 90, primi 2000. Chiuso ormai il capitolo Barlow, abbiamo imparato, negli anni, a veder ridimensionata anche quella sulfurea, ruvida e aggressiva componente thrash che così bene si intrecciava al riffing granitico di Schaffer e alla voce stessa di Matt.


"Something Wicked This Way Comes" rappresentò, in quel 1998, l'acmè di questi vecchi IE: i suoni si ammorbidirono, ma senza perdere il guizzo imprevedibile, la virata potente e acida, seppur, come sempre, in ambito decisamente melodico. L'esito, credibile, fu un album meno duro di "Burnt Offerings", meno malinconico di "The Dark Saga" ma ancora capace di alternare momenti di pura potenza espressiva, a finezze acustiche, con ballate del calibro della immortale "Watching Over Me". Nel 2017 guardiamo agli Iced Earth così come si osserva con rapimento una cima importante, la cui vetta, raggiunta e vissuta, è un luminoso punto alle spalle del cammino di discesa. Lì in alto sono gli anni di Barlow. Lì il sound intrigante e camaleontico fra speed, heavy, power e thrash metal.


A mezza costa la forza morale di Schaffer, vero capocordata, ha tenuto traccia del sentiero scegliendo sempre ottimi cantanti. Dopo la breve e convincente parentesi di Tim "Ripper" Owens, è ormai stabile in formazione Stu Block, la cui voce ben si bilancia fra gli acuti del primo e le timbriche barlowiane, in fondo sempre potenzialmente aderenti, quasi come una seconda pelle, alle composizioni dei lavori più recenti.
Questo per dire che l'espressività e l'intensità del cantato non sono mai mancate, anche dopo Barlow.

 

Quel che invece è venuto a mancare sempre più negli ultimi quasi dieci anni, è stato il mordente nelle canzoni, quel guizzo di imprevedibilità nella strutturazione dei pezzi e ancor più, nel riffing -circolare, ricorsivo, a tratti monocorde-, trasformatosi in una gabbia dalla quale dover uscire a tutti i costi.

 

Col nuovo "Incorruptible", gli Iced Earth tagliano corto con l'era frammentaria degli album tematici e spezzano anche la maledizione del riffing monocorde e sclerotizzato , riportandolo ad uno sfondo sul quale lasciar finalmente correre, con le parole di un songwriting maturo e sincero, più intricati ed intriganti svolazzi chitarristici. Così tornano a respirare le singole canzoni mentre nella sua interezza, l'album scorre leggero da sovrastrutture. Così torniamo liberi anche noi, di esaltarci con brani come "Defiance" o "The Relic". Questa la prima differenza importante rispetto ai due pastosi e poco incisivi lavori precedenti.

 

Esaltante anche l'ottimo missaggio, che dà corpo e sostanza alla batteria e tiene vive le chitarre, ruvide, taglienti, piene nel suono con un godibile effetto di profondità che già presagisce l'eco delle cannonate in sede live.

 

Pur non cedendo al fascino delle strutture complesse, "Incorruptible" ravviva il gusto della narrazione e delle immagini durante l'ascolto, grazie ad un onesto lavoro di chitarra solista: "Ghost Dance" è l'unico brano strumentale del disco. Nella sua assenza di parole, lascia il campo libero alle immagini, mentre l'eco dei canti indiani tratteggia orizzonti muti ed espressivi. Chiuso nella morsa delle percussioni di Smedley e delle chitarre incalzanti, il pezzo suggella perfettamente l'intesa strumentale degli IE odierni. Non avrebbe comunque stonato la voce di Stu Block, considerando il potenziale narrativo della canzone!

 

"Il segno rosso del coraggio"
Questo il titolo del bel romanzo di Stephen Crane, storia di sconfitta e redenzione di un soldato nordista. Reduce da una seconda, delicata operazione alla cervicale, Jon Schaffer ha ormai i numeri del soldato veterano dalla sua e qui sembra essersi sciolto anche da un nodo espressivo che aveva imbrigliato la sua vena compositiva. Nessuna innovazione, certo, nè sono queste le intenzioni: "Incorruttibile" significa fede, passione, dedizione alla propria musica, alla musica degli Iced Earth intesa come tradizione. Qui Schaffer, fra alti e bassi compositivi, ha sempre rivelato l'incrollabile sincerità del veterano. Per questo stesso motivo, ugualmente oneste devono essere le critiche.

 

Tabula rasa.

Il viandante che osi nuovamente avventurarsi lungo un sentiero, tracciato nel bene come nel male da tre decadi di musica, troverà questo nel proprio viatico: chitarre più mobili, vive e guizzanti. Brani più ispirati, liberi di costituirsi storie a se stanti. Parole capaci di raccontare e raccontarsi. Così Schaffer nella sua nota al disco: "Iced Earth is my vehicle to write songs and to move people".
Qui questo accade nuovamente e nella sua forma più semplice e schietta.
"Incorruptible" alterna richiami avventurosi, pirateschi -"Black Flag"-, ad altri più introspettivi ("The Veil" ad esempio), come a voler mostrare due volti di un soldato di ventura, la figura narrativa che non è scissa dall'anima.

 

Forse non sono il solo a chiedermi perchè quest'album mi sia piaciuto dopo anni di sopravvenuta rassegnazione nei confronti degli Iced Earth. La risposta è che "Incorruptible" fa un bel salto indietro ma non a ritroso nel tempo! sicuramente, "Seven Headed Whore" strizza l'occhio a "Disciples Of The Lie" o a "Stand Alone"; sicuro, "Raven Wing" ammicca alle meraviglie acustiche di "A Question Of Heaven" ma non traspare alcun interesse, almeno conscio, nel voler toccare le stesse altezze dell'era Barlow, servendosi magari di autosuggestioni -come ad esempio han fatto i Grave Digger col non brillante "The Clans will rise again"-.

 

Gli Iced Earth recuperano invece dal passato una freschezza nell'approccio alle canzoni che è mancata a lungo, evitando i patetismi (e le polemiche spesso conseguenti), della nota "operazione nostalgia".

 

"Clear The Way" ne è il più fulgido e trascinante esempio. Vera gemma di "Incorruptible" e brano più imponente, i suoi 9 minuti volano veloci come la prima palla di cannone che colpì Fort Sumter nel 1861, dando inizio alla Civil War americana. Il testo della canzone invece racconta della battaglia di Fredericksburg due anni dopo, "13th December 1863", come da titolo. Il focus dell'azione è sul sacrificio della Irish Brigade, nota anche come "Fighting 69th" e inquadrata nei ranghi dell'Armata del Potomac, all'assalto della postazioni Confederate di Lee e Longstreet.

 

Il brano, ricco di pathos e drammaticamente vivido, grazie ad un testo decisamente ispirato, rispolvera quella passione per la res bellica soffocata forse, ma mai estinta fra le tante suggestioni apocalittiche che hanno costellato l'immaginario degli Iced Earth negli anni. Una vena tematica che forse Schaffer e compari potrebbero tornare a percorrere con più convinzione, tentando, perchè no, nuove alchimie.

 

"Sons of Erin
Marching Gallantly
Into a Storm of Lead
Forward! Clear the Way!
Sons of Erin
charging Valiantly
Across that Bloody Space
Forward! Clear the Way!"

 

"Clear That Way" si riallaccia idealmente al filone narrativo bellico potentemente approfondito da "The Glorious Burden" nel remoto 2004 ma con una marcia in più: attinge ma col dono provvidenziale della sintesi, alla suite musicale sulla battaglia di Gettysburg, ed evita la prevedibilità strumentale di brani come "Waterloo" ad esempio, troppo determinati dalla ridondanza espressiva del testo per dar di briglia alla creatività delle chitarre. In tutto, complice un ritornello dove la voce di Stu Block si conferma matura e capace di sostenere, grazie anche alla qualità del brano, l'eredità di Barlow.

 

Posta a chiusura del disco, la canzone distacca le altre e svetta, presto per dire, se come una conferma o uno spunto, dopo questa massiccia levata di baionette. Impossibile stabilire se la marcia di discesa è a valle del tramonto, o verso nuove cime.


A Schaffer intanto, nonostante i caduti e i ripetuti assalti, il merito di aver tenuto serrate le file del suo reggimento. Ripartiamo da qui.

 

 





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