Led Zeppelin
Houses Of The Holy

1973, Atlantic Records
Hard Rock

A quarant'anni di distanza, anche se il dibattito non si è mai chiuso, è unanime l'opinione che questo disco rappresenti un passaggio fondamentale per tutti gli appassionati, e non, del quartetto inglese.
Recensione di Manuel Di Maggio - Pubblicata in data: 28/03/18

La storia della musica è ciclica non tanto perché, seguendo la concezione vichiana esistono "corsi e ricorsi" storici quanto perché, nel giro di quarant'anni, capita spesso che il pubblico e la critica ripeschino un album che era caduto nel dimenticatoio da tempo, lo spremano fino all'osso, declamandolo come un piccolo capolavoro sottovalutato per poi rimetterlo nell'archivio dei ricordi e lasciarlo lì a marcire. Succede con gli album, succede con gli artisti, con gli show, con le produzioni, le case discografiche... è inevitabile che possa succedere anche a quella che, a ben dire, è classificabile come una delle più grandi band della storia: i Led Zeppelin.


Nel '73, dopo che i Led Zeppelin avevano riscritto la storia della musica con i loro primi quattro album eponimi, in particolare con il quarto - per molti una delle maggiori opere della seconda metà del '900 - era inevitabile che avessero intenzione di dirigersi verso altri lidi, sentendo di aver tratto tutto ciò che potevano della loro creatività, quantomeno per ciò che concerneva il genere che in parte loro stessi avevano contribuito ad inventare, l'hard rock. E così fu la volta di "Houses Of The Holy", il quinto disco della band inglese.


Ad "Houses Of The Holy" i Led Zeppelin arrivavano con la fama di band più importante del panorama rock mondiale: i loro tour erano diventati una sorta di evento mastodontico popolato da gente che assisteva per ore a quei quattro che suonavano fino allo stremo, prolungando ogni brano sino alla durata di mezz'ora ciascuno. Era il trionfo dell'hard rock e dello stile di vita "live fast and enjoy it" che esso rappresentava. Pertanto, dopo il blues sporco dei primi quattro album, tutti i fan si aspettavano un prosieguo non troppo dissimile e, quando "Houses Of The Holy" uscì, essi ne rimasero delusi. I Led Zeppelin, forse influenzati dal sempre più prepotente mondo dell'elettronica, si erano lasciati affascinare dalle tastiere, trovando in John Paul Jones il loro nuovo faro illuminante.


Non era un caso che una band di hard rock si desse alle tastiere, del resto i Deep Purple ci avevano già abituati bene con il loro Jon Lord e il suo hammond, ma fino ad allora i Led Zeppelin avevano solo fatto capo al genio delle sei corde Jimmy Page, alla voce e alle provocazioni di Robert Plant e alla potenza di John Bonham, forse il più grande batterista di ogni epoca. Sì, si erano sentiti lampi di folk in passato ma nessuno, di certo, li poteva classificare come una band appartenente a quel genere. Era preventivabile che i fan rimanessero spiazzati ma negli anni successivi anche i pareri della critica si fecero aspri, considerando l'album un episodio minore della loro discografia, il tutto prima di quel "ripescaggio" di cui si parlava sopra.


Eppure il primo brano non sembrerebbe poi così diverso dal loro passato poiché "The Song Remains the Same", a un primo ascolto, appare di diritto un pezzo tipico dei Led Zeppelin, con chitarre distorte e stacchi di batteria martellanti che ricordano ancora gli antichi fasti. "The Song Remains The Same" risulta come un'occasione persa; sarebbe potuta essere il singolo di punta del disco ma i quattro l'aevano inizialmente pensata come un brano strumentale introduttivo salvo poi ricredersi per aggiungere la voce di Robert Plant. E tale indecisione si percepisce poiché la linea melodica e il cantato sono parecchio trascinati, quasi incollati sugli accordi.


Non può non essere definita un capolavoro la successiva "The Rain Song", brano quasi all'opposto di "The Song Remains The Same", infatti non era un caso che nei live le due tracce venissero riproposte una dietro l'altra per favorire il contrasto. "The Rain Song" ricorda in parte le precedenti ballate folk proposte dai Led Zeppelin e ne rappresenta una summa. Con una successione d'accordi molto articolata, un tempo lento e compassato, il brano assume una connotazione parecchio evocativa, condita dalla voce di Plant il quale, checché se ne dicesse all'epoca, qui dimostra una volta di più, se ce ne fosse mai stato bisogno, la propria capacità di saper interpretare appieno anche i pezzi che più si discostano, all'apparenza, dal suo stile di canto acuto e graffiante. Ed è qui che si intravede l'abilità compositiva di John Paul Jones, aiutato anche dalle versatili capacità alle sei corde di Jimmy Page, in grado di rendere magici anche dei semplici arpeggi. Forse il brano più complesso dei Led Zeppelin, probabilmente ispirato dal movimento progressive che, a quei tempi, la faceva da padrone.


"Over The Hills And Far Away" chiude il primo corpus del disco, ponendosi come una traccia ancora una volta particolare e dalla struttura arzigogolata anche se già si denota una differente direzione rispetto alla precedente "The Rain Song", soprattutto per il tempo in rapido crescendo, con un iniziale arpeggio di chitarra che è un effettivo preludio alla parte elettrica centrale dove Robert Plant, come da routine, alza la sua voce alle solite vette ritornando a un canto più ruvido. Dopo la sei corde acustica, la dodici corde e la parte cantata, Jimmy Page tira fuori la sua elettrica con un assolo che fa da raccordo e cede nuovamente il passo alla voce. A quasi un minuto dalla fine, il tempo diminuisce e la canzone sfuma in una coda strumentale parecchio curiosa, quasi silente e immersa nel vuoto.


La successiva "The Crunge", oltre a chiudere il lato A, inaugura anche la parte centrale dell'album, quella più scanzonata, quasi la più stanca e svogliata. "The Crunge", con un walking di basso che detta i tempi, sembra quasi una sorta di sigla dei film di "007" e pare una strizzata d'occhio al mondo del funk, all'epoca sempre più dirompente negli USA. Il lato B si apre con l'insipida "Dancing Days", forse il passaggio a vuoto più eclatante del disco, e continua su binari non troppo dissimili con "D'Yer Mak'er", un divertissement che pare quasi omaggiare un altro movimento musicale nascente del panorama americano: il reggae.


Si direbbe che l'album si diriga verso una fine un po' in sordina ma così non è perché un brano come "No Quarter" non può passare inosservato. Straniante, acido, lisergico, psichedelico, indecifrabile... "No Quarter" è tutto questo e molto altro. Per tutti i suoi sette minuti, un sempre più prevaricatorio John Paul Jones mette tutto il suo genio creativo a disposizione di questa sorta di mini-suite, con Jimmy Page che accontenta l'amico suonando dei fraseggi vicini al jazz, mentre Robert Plant si serve di filtri e di amplificatori Leslie per rendere la sua voce più ovattata e quasi "dark". Un brano unico nel suo genere che dimostra l'incredibile eclettismo dei Led Zeppelin.


"The Ocean" conclude l'album ripercorrendo un po' la via del divertissement con un bel riff di Page e con il testo di Plant che parla dell'oceano di teste che è presente ogni volta ai loro tour. Un brano che dà l'impressione di essere incompiuto, di sfumarsi troppo presto, quasi con la sensazione che manchi qualcosa.


"The Ocean" si chiude ando le stesse impressioni che dà quest'album, capace di fornire picchi stratosferici come "The Rain Song" e "No Quarter", altri pezzi famosi come "The Song Remains the Same" e "Over The Hills And Far Away" e una sequela di brani aggiunti quasi per fare numero. In definitiva, nella ciclicità delle riscoperte, "Houses Of The Holy", come detto, rimane un passaggio fondamentale per tutti i cultori e gli amanti della grande musica, ma c'è la sensazione effettiva che se qualcosa fosse stato pensato un po' meglio oggi ne parleremmo come l'ideale seguito dell'immortale "Led Zeppelin IV" (1971), mentre, anche grazie a questa sua paventata incompiutezza, risulta oscurato sia dal predecessore che dal successore "Physical Graffiti" (1975). Non un episodio minore dei Led Zeppelin quanto un capolavoro mancato, incompiuto e incompleto ma, comunque, emblema dell'eclettismo e del genio di una band che, con questo lavoro, si dirigeva verso la dignitosissima parabola discendente della propria immortale carriera.

 





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