Greyfell
Horsepower

2018, Argonauta Records
Doom Metal

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 06/01/18

Evocare immagini, dipingere idee, rivestire di pensieri e sfumature il linguaggio musicale spetta a pochi illuminati interpreti: la descrizione ciclica degli oggetti interni, sottoposti a rappresentazione spaziale e percezione simultanea, ne scompone analiticamente l'apparenza e moltiplica i legami referenziali con altri enti dimensionali, stabilendo un'unità di diritto e una totalità fenomenologica attraverso la plasticità della figurazione sonora. L'amalgama acquitrinoso del quartetto transalpino Greyfell raggiunge la profondità dell'essenza ontologica, imponendosi quale notazione primitiva e puntuale del visibile attraverso lo sprofondare sincretico nel dogma della nascita: il dolore del distacco e lo strazio della resurrezione nell'alveo ghiacciato di un fuoco senza cenere.
 
 
L'esordio "Vol. 1: I Got The Silver" (2015), pur ottimo latore di indizi circa l'itinerario futuro della band, palesava contatti evidenti con la scena stoner rock, retaggio capace di ridurre l'afflato spirituale dell'album e colpevole nel relegare il combo di Rouen ancora nella penombra polverosa del deserto del Mojave; "Horsepower" invece cambia pelle, simile al serpente che sottrae a Gilgamesh l'erba dell'immortalità. Disco aprente battenti inaccessibili, moneta degli dei per una paralisi dinamica ove dottrina mistica e corpi astrali tramutano il sublunare in algida e sofferente promessa di redenzione.
 
 
Black metal spettrale, echi hardcore e psych di fervore esoterico partecipano alla costituzione di un sound di oscura e ipnotica matrice doom, irrobustita e screziata dall'aggiunta di tastiere e synth, strumenti in grado di conferire quell'ardente freddezza nella quale la macerazione abbraccia il celestiale: un inabissamento nell'apnea della mitologia naturale seguendo le stringhe di un'eternità pietrificata nelle voragini dell'evanescenza.
 
 
Il drone oppressivo di "People's Temple", accompagna linee vocali in brutale salmodia provenienti da remoti universi la cui distanza, non umanamente computabile, atterrisce l'imprudente osservatore, alternando all'ossessività del serialismo la scarna stereotipia del gagaku. Un'inondazione sensoriale riversata direttamente in "Horses": il sacro riverbero del raga sommerso in una coltre di asfissiante periodicità che sembra abbandonare l'invariabile procedere in "No Love", caratterizzata da strappi e sussurri declinanti afflizione famelica da nero culto. Il crescendo rallentato di "Spirit Of The Bear", brano sospeso tra distorsioni laceranti e alterazioni elettroniche al limite del rumorismo, scopre nella gracile melodia di fondo l'apoteosi della propria inibizione; il mantra apocalittico di "King Of Xenophobia" chiude un lotto che nell'enfatizzazione dei bordoni trova la chiave di volta in grado di concepire un'atmosfera di circolare viluppo.
 
 
Creatura generata dal groviglio aggressivo di generazioni divoratrici, "Horsepower" mostra il sigillo della metempsicosi errante e spossessata. Alla ricerca di un desiderio inesaudibile, i Greyfell gettano un ponte sulla soglia di una grotta atemporale, ricettacolo di allucinazioni e deliri ascetici, al fine di penetrare i misteri di una cosmogonia recondita e minacciosa: con la disperazione degli invasati, con il ritmo degli esuli.




01. The People's Temple
02. Horses
03. No Love
04. Spirit Of The Bear
05. King Of Xenophobia

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