Hell In The Club
Devil On My Shoulder

2014, Scarlet Records
Hard Rock

Recensione di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 03/11/14

A tre anni dal precedente disco d’esordio “Let The Games Begin” tornano gli Hell In The Club con un seguito che non delude affatto le aspettative dei fan. Squadra vincente non si cambia, ed anche per questo secondo capitolo la line-up rimane quindi invariata: Davide Moras (Elvenking) alla voce, Andrea Piccardi alla chitarra, Andrea Buratto (Secret Sphere) al basso e Federico Pennazzato (Death SS, Secret Sphere) alla batteria. L’ottima chimica che si era sviluppata tra i quattro musicisti già nell’album di debutto rimane decisamente invariata anche in questo “Devil On My Shoulder”.

I punti fermi ai quali gli Hell In The Club hanno guardato al momento di doversi mettere a scrivere i tredici nuovi brani che compongono questo album sono gli stessi dell’esordio: Mötley Crüe, Skid Row, Van Halen, e tutta l’allegra brigata del glam metal / hair rock degli anni ’80, tanto che il disco suona come un onesto e sentito omaggio a quel genere di musica, senza però gli estremismi, la parodia e gli istrionismi di band come gli Steel Panther. Largo spazio quindi a riff ed assoli di buona scrittura, cori dalla sicura presa, melodie di ottima caratura. I quattro rockers conoscono bene il loro mestiere, tanto che sono capaci di produrre brani che rimangono facilmente in testa senza più volersene andare.

Se c’è un qualcosa che alla formazione di Alessandria non manca di certo è l’energia, che trasuda senza riserve dal lotto di brani più d’impatto. L’opener “Bare Hands” si presta bene ad introdurre il tono generale dell’album, a cavallo tra i Van Halen ed il metal classico. Si prosegue con la bonjoviana “Devil On My Shoulder”, inferiore in fatto di impatto rispetto al brano precedente. “Beware Of The Candyman” è una piccola gemma che rivisita il rock’n’roll anni ’50 con i modelli più recenti provenienti dall’ambito glam e metal. “Whore Paint”, brano veloce e senza fronzoli, con il lavoro effettuato alle chitarre incarna alla perfezione l’attitudine ignorante dei modelli di riferimento. Con “Pole Dancer”, “Save Me” e “Toxic Love” si prosegue sulla stessa lunghezza d’onda. “Snowman Six” riprende in parte quel feeling da rock’n’roll per mascherarlo nuovamente con i lustrini del glam/hair. Per la conclusiva “Night” si torna dalle parti di Bon Jovi. Ma non si può vivere di soli pezzi veloci e vigorosi, quindi nell’album vi è spazio anche per le ballad (“We Are The Ones” e “Muse”, perfette per i momenti di stacco durante i concerti ed anche all’interno dell’economia della tracklist del nuovo disco) e per brani che si muovono negli spazi tra i pezzi lenti e quelli veloci (“Proud” e “No More Goodbye”).

Gli Hell In The Club sono tornati con un album ben confezionato, adattissimo alle esibizioni dal vivo (punto forte della band) e, soprattutto, diversificato quel tanto da non risultare noioso. Come per il loro primo lavoro, purtroppo continua a persistere quella sensazione di già sentito, forse a causa della presenza un po’ troppo ingombrante dei modelli di riferimento all’interno delle singole composizioni, che non permette loro di far progredire ulteriormente la propria musica. Ma non bisogna essere necessariamente innovativi per realizzare un buon album, tanto che “Devil On My Shoulder” risulta comunque un ottimo prodotto, ben suonato e capace di far muovere la testa di chiunque avrà l’occasione di ascoltarlo. Consigliato agli estimatori della band citate in apertura ed anche ai fan dei musicisti coinvolti nel progetto.



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