Graveyard
Peace

2018, Nuclear Blast
Psych/Hard Rock

Il ritorno della band svedese è un autentico tuffo nel passato al grido di "pace".
Recensione di Federico Barusolo - Pubblicata in data: 09/06/18

Se c'è una forma d'arte che per sua natura sposa completamente il concetto di "pace" quella è, da mezzo secolo a questa parte, il rock'n'roll. È, infatti, un connubio inaugurato nel cuore degli anni '60 ad unire il desiderio di un mondo di pace ed uguaglianza alla "musica del popolo", che allora era fortemente caratterizzata dalle sue radici blues e dalle trame psych che spesso e volentieri vi fiorivano sopra.


A cinquant'anni esatti dal 1968, il mezzo scelto dai Graveyard per veicolare il loro nuovo urlo di pace, seppur basato su sentimenti più circoscritti alla sfera personale che universali, è ancora rappresentato da questo stile, di cui si nutre ampiamente il nuovo album, intitolato - per l'appunto - "Peace".


Vi è tutto ciò che alla band di Gothenburg rievoca un sentimento di serenità legato alla propria terra e alla natura circostante in questo nuovo lavoro, il primo dopo la reunion. La copertina, disegnata da Ulf Lundén, sta proprio a rappresentare la visione che i componenti del gruppo hanno del mondo attorno a loro, riflesso della loro comune idea di pace e di musica. Musica, quella dei Graveyard, che attinge per lo più dal rock classico, e si costruisce via via attorno alla voce dell'interprete canoro di turno. Le parti cantate sono, infatti, spartite tra Truls Mörck (basso), che dà alle tracce quel carattere maggiormente soul che più si sposa con il blues psichedelico di "See The Day" e della più folk rock "Bird Of Paradise", e Joakim Nilsson (chitarra), la cui voce più scura ed aggressiva porta il mood dei pezzi come "Cold Love" e "A Sign Of Peace" verso orizzonti più dark affini alle ispirazioni di Black Sabbath e Motörhead.


Di scuola decisamente zeppeliana sembra invece essere la batteria del nuovo entrato Oskar Bergenheim, come particolarmente percepibile in "Walk On". Insomma, una molteplicità di elementi diversi che i Graveyard pescano da un glorioso passato e svecchiano sull'onda di quella mania vintage che tra centro e nord Europa sta prendendo sempre più piede e formando band come Blues Pills, Kadavar, Witchcraft e molte altre.


Il risultato è sicuramente quello di un album dinamico e piacevole, capace di far muovere il piede dall'inizio alla fine, dentro al quale i grandi appassionati di classic rock possono divertirsi a riconoscere una gran moltitudine di elementi dei leggendari gruppi a loro più care. Di contro, quando non puoi certo contare sull'originalità del tuo materiale, una cosa fondamentale da dare ad un disco è un'identità, uno stile chiaro che trasformi un insieme di molteplici componenti in un album solido e riconducibile alla band. Un marchio di fabbrica che, data questa varietà stilistica e complice l'alternanza di due voci così diverse, viene qui a mancare, rendendo a tratti confusa e slegata anche l'attinenza con il tema scelto per l'album.





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