God Is An Astronaut
Origins

2013, Rocket Girl
Post Rock

Recensione di Marco Mazza - Pubblicata in data: 31/10/13

Pochi sono i nomi che sono riusciti a emergere nello sterminato, piatto e autoreferenziale scenario in cui si muovono la maggiore parte delle band post rock. Tra i ‘coraggiosi’ possiamo sicuramente annoverare i God Is An Astronaut, che hanno saputo proporre una musica immediatamente riconoscibile; intense atmosfere spaziali, passaggi malinconici, ma soprattutto violente esplosioni di stampo quasi metal. Vero, progressioni e deflagrazioni finali sono un espediente tutt’altro che originale nel post rock ma, sarà forse per l’atmosfera space rock o magari per gli inserti elettronici, l’usurata formula nelle mani dei quattro irlandesi si è sempre mostrata luccicante, senza polvere e capace di centrare il suo obiettivo: rapire l’ascoltatore in un vortice sonoro. Con queste premesse è lecito attendersi un buon prodotto anche con l’ultima fatica del gruppo: “Origins”.
 
Le migliori aspettative scemano però in breve tempo. Basta ascoltare qualche pezzo per rendersi conto che “Origins” non è il solito disco dei God Is An Astronaut; è insipido, opaco, a tratti forzato, in esso si assiste a un ridimensionamento totale di tutti quelli che sono stati i tratti distintivi della formazione. Ci sono ben poche tracce - o meglio nessuna - che esibiscono la brillantezza mostrata in passato. Torsten Kinsella e soci questa volta strizzano l’occhio ai 65daysofstatic e nella nuova release aumentano la dose di elettronica; l’effetto ottenuto è quello di rendere il tutto più easy-listening, a tratti quasi dance-oriented, come in “Transmissions” o “Spiral Code”. L’aumento della componente elettronica potrebbe fare pensare a un sound ancora più spaziale di quanto mostrato con le precedenti uscite ma, purtroppo, anch’esso appare sottotono. Questi elementi uniti a una generale, evidente mancanza d’ispirazione hanno impoverito il suggestivo climax generale cui la band aveva abituato. In “Origins” la musica sembra fatta quasi tanto per fare, non ha alcuna presa, nessun vero obiettivo. Basta sentire un pezzo come “Strange Steps” per rendersene conto; scorre senza alcun trasporto, è solo un susseguirsi di note senza destinazione. Un altro problema che affligge il lavoro è il netto taglio che è stato fatto alle progressive accelerazioni di ritmo che portavano al boom sonico finale. I brani scorreranno lisci e senza particolari scossoni per tutta la durata.

Un tentativo che si può spiegare forse con la volontà di uscire dall’usurato stratagemma del post rock per provare nuove soluzioni. Lodevole il tentativo, scarso il risultato; quanto ottenuto va proprio contro le loro intenzioni, rendendo il sound molto più banale e scontato. Il crescendo finale è sempre stato uno dei loro maggiori punti di forza, fondamentale per dare lo ‘strappo’ definitivo prima della catarsi. Il buco causato dalla sua rimozione non viene colmato, aggiungendo opacità a un album già appannato. Altro elemento ad emergere è l’introduzione della voce filtrata da un vocoder in diversi dei brani presenti in tracklist, come ad esempio in “Calistoga”. Sembra quasi che i God Is An Astronaut stessi si siano accorti che qualcosa non andava, giungendo infine a una conclusione: c’è una falla da tappare. Ci sono riusciti con quest’ultimo espediente? No, le parti in cui è utilizzato si possono descrivere con una parola: irritanti!
 
“Origins” è un disco confuso, un esperimento incompiuto, lasciato a metà, un tentativo di evoluzione che si trasforma in involuzione. In esso troviamo tutti gli elementi che hanno reso celebri i suoi autori nel panorama post, ma ora sono sviliti, anonimi, non danno alcuna emozione; sono la brutta copia di quanto mostrato in precedenza. Le limitate novità introdotte, come il maggiore spazio riservato all’elettronica, si rivelano fallimentari. Occorreva avere le idee più chiare. Se i God Is An Astronaut volevano provare qualcosa di nuovo dovevano osare di più, se invece preferivano un approccio più conservativo dovevano esaltare le loro peculiarità. Questa volta sono inciampati, peccato. Ci auguriamo che l’astronave irlandese si rimetta in moto quanto prima per accompagnarci, ancora una volta, in un nuovo viaggio interstellare.



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