God Is An Astronaut
Helios/Erebus

2015, Revive Recording
Post Rock

Nello spazio nero dell’Universo, improvvisi raggi di luce si fanno strada nell’oscurità
Recensione di Marco Mazza - Pubblicata in data: 14/07/15

Che gli ultimi episodi della discografia dei God Is An Astronaut non siano piaciuti a molti dei fan è cosa nota. Per loro, affrontare prodotti mediocri come il precedente “Origins”, è stata un’esperienza dura. Eppure difficilmente chi ha memoria di dischi come “The End of The Beginning” o “All Is Violent, All Is Bright”, riuscirà a rinunciare alla speranza di intraprendere nuovamente quegli affascinanti viaggi stellari. E’ con questa fiducia che s’inserisce nello stereo il nuovo lavoro della band irlandese, “Helios/Erebus”; una fiducia che questa volta viene ripagata.
 
Con il nuovo capitolo l’astronave riaccende pienamente i motori. Velleità elettroniche e altri esperimenti finiti male con l’uscita di due anni fa sono accantonati. La formula proposta ora si rifà a quella più tradizionale dei suoi autori, esaltandone i tratti distintivi. Delle due facce musicali da sempre mostrate dai God Is An Astronaut, quella post rock e quella metal, è la seconda che viene amplificata, tanto da rendere “Helios/Erebus” l’album il più ‘heavy’ mai prodotto dagli isolani. Il disco è zeppo di esplosioni sonore, tra straripanti riff e sfuriate alla batteria. Tutto questo senza però tralasciare la parte ambientale, che torna a essere di primo livello. Tra droni, arpeggi acustici, echi lontani e passaggi ipnotici, la band dipinge affascinanti atmosfere spaziali; scenari che acquisiscono pathos quando questi elementi si scontrano brutalmente con la rinvigorita violenza strumentale di Torsten Kinsella e soci: un impatto dalla forte carica emotiva.
 
Nello spazio nero dell’Universo, improvvisi raggi di luce si fanno strada nell’oscurità, mostrando meraviglie impensate. E’ questa la sensazione che si ha ascoltando “Helios/Erebus”: la stessa impressione avuta con i migliori album dei God Is An Astronaut. Certo, questa volta il tutto è, inevitabilmente, più scontato, tuttavia i quattro riescono a produrre un lavoro brillante, che di certo saprà accontentare anche i fan che avevano storto il naso con “Origins”. Cancellando fallimentari tentativi di evoluzione, essi dimostrano di saper imparare dai propri errori. “Helios/Erebus” è un disco che riavvolge la carriera dei musicisti di Leinster, facendola ripartire da quanto di meglio hanno saputo mostrare in 13 anni di onorata carriera.  




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