Ghost
Infestissumam

2013, Loma Vista Recordings
Rock

I Ghost non stupiscono, non rischiano ma convincono quel tanto che basta per non perdere tutto...
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 11/04/13

Se negli ultimi tre anni di rock non avete mai incappato, musicalmente o viralmente, nei Ghost, dovremmo farvi i nostri complimenti. La cosa infatti sarebbe più unica che rara, vista l’incredibile ascesa mediatica della formazione svedese, ormai onnipresente in ogni media, flyer, locandine, video, bill, endorsement da parte di artisti famosi (James Hetfield con indosso una loro maglietta divenne una notizia anche di un certo rilievo) e quant’altro.

Ingredienti semplici ma a lunga conservazione quelli usati dai Ghost: immagine trasgressiva e ricercata, con gli ormai celeberrimi abiti talari e teschio del frontman e i sai incappucciati dei compagni, misteriosa (col solo cantante Papa Emeritus II ad avere “identità”, mentre solo dei "Nameless Ghouls" i restanti cinque componenti), concept esoterico satanista, lontano dagli eccessi black metal e dal sapore decisamente più patinato e riproposizione di sonorità vintage con quel pizzico di personalità da non risultare un semplice copia/incolla. Grazie a tutto questo il debutto nel 2010 “Opus Eponymous” fu considerato una ventata di aria fresca, un disco già oggetto di culto per molti che al di là degli eccessivi slanci dei più accaniti sostenitori, metteva in luce una band con buonissime capacità, in grado di bilanciare tutto quello che abbiamo cercato di spiegare in un disco accattivante, oscuro e dalla presa immediata.

Il compito per il seguito “Infestissumam” non era certo dei più semplici. Posticipato per mettere mano a un’artwork considerato troppo “spinto” nella puritana America, dove i nostri per motivi legali hanno modificato il moniker in Ghost B.C. (tutto fa brodo), il secondo parto di questa misteriosa formazione svedese conferma quanto di buono ascoltato al debutto, muovendosi nell’unico modo per non rischiare di perdere lo status di culto, quindi non osare, ma nemmeno riproporre una misera seconda parte del primo lavoro. Un classico compromesso che funziona. Le influenze/citazioni delle band tributarie del sound dei Ghost sono tutte in bella mostra (inutile ripeterle, le trovate in ogni dove, Blue Oyster Cult, Mercyful Fate, King Diamond, ecc...), come il consueto songwriting snello e ficcante che in questa tornata si fa più ricercato e ricco di particolari, senza perdere in efficacia.

Lasciata forse da parte un pizzico di irruenza, il rock/doom/heavy/psychedelic/pop (continuate voi se avete voglia) dei Ghost convince soprattutto nella parte centrale di “Infestissumam”, dove in mezzo a una cupa liturgia i nostri propongono degli spunti surf rock quasi ballabili in “Ghuleh / Zombie Queen” (impossibile non canticchiarne il ritornello), nella splendida solennità di “Year Zero” o con l’elegante “Body And Blood”. Come già detto la bravura dei musicisti nel non rompere la formula (magica) e riproporre qualcosa di fresco sta tutta in un lavoro di fino a livello di scrittura, sul quale si poggia un’impalcatura sonora e visiva di grande impatto, pur rimanendo ancorati a doppio filo col debutto.

Come per “Opus Eponymous” niente di nuovo sotto il sole, niente di stravolgente e, detto in tutta franchezza, niente che possa giustificare questo hype mediatico incredibile (pensiamo alle tante band ben più meritevoli in cerca di ossigeno), ma un insieme che funziona e convince. Certo se fosse così semplice tutti avrebbero potuto travestirsi da Papa, truccarsi, riprendere un po’ di dischi di due o tre decenni fa, vedere cosa ne usciva e conseguire un successo planetario. Siccome la cosa è tutt’altro che così semplice, al netto di tutto quanto, non possiamo che sottolineare la buone capacità in seno ai Ghost. Giudizio invariato rispetto al debutto dunque, una band di valore che regge anche alla seconda prova in studio.



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