Freedom Call
Beyond

2014, Spv
Power Metal

Recensione di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 21/02/14

Gioite, gioite, gli alfieri dell'happy metal sono tornati! I Freedom Call, a due anni dal precedente "Land Of The Crimson Dawn", hanno deciso di spargere per il mondo una ulteriore dose di felicità e di leggerezza dando alle stampe il loro ottavo full-lenght, "Beyond". Detto così può anche far ridere, o più probabilmente far storcere il naso ai metallari più oltranzisti (quelli "in doppiopetto" citati spesso da Lore dei Folkstone), ma Chris Bay e soci nell'happy metal ci credono fino in fondo, visto che su questa definizione hanno fondato la loro intera carriera. E, tra alti e bassi, sembra anche funzionare, visto che a sedici anni di distanza dai loro esordi sono ancora qui a risollevare i nostri animi con la loro musica. L'uscita del nuovo album ha visto il ritorno in pianta stabile di Ilker Ersin, bassista originario della formazione teutonica ed assente dal 2005, nonché l'arrivo dietro alle pelli del giordano Ramy Ali (Iron Mask, Kiske/Somerville, Evidence One).


Il ritorno del figliol prodigo Ersin può essere anche inteso come un voler tornare ai momenti migliori della carriera dei Freedom Call, a quei primi album che hanno dato grande lustro alla formazione e che hanno fissato il metro di paragone per tutte le successive produzioni della band. Questa teoria acquista una certa validità una volta giunti alla conclusione dell'ascolto dell'intero album, e le stesse parole che Chris Bay ha rilasciato a corredo della sua ultima fatica confermano ulteriormente questo volersi muovere verso una direzione più "classica" all'interno dello stile dei Freedom Call.


Cosa bisogna aspettarsi da "Beyond"? Dunque: doppia cassa, c'è; brani veloci, ci sono; draghi, arcobaleni, duelli, ci sono tutti ed in ampia quantità; coretti da cantare con un boccale di birra i mano, ci sono; canzoni orecchiabili, ci sono. Sembra non mancare nulla della più che collaudata formula, ed effettivamente ci troviamo di fronte ad un buon album (nulla di eclatante, sia ben chiaro, ma sempre all'interno di quel livello qualitativo a cui i nostri ci hanno abituato nel corso degli anni) che ci mostra dei Freedom Call in gran forma ed ancora capaci di scrivere brani intriganti, seppur comunque lontani dai livelli delle origini. "Union Of The Strong" è un buon esempio della caratura dell'album: brano veloce, coretti da cantare a squarciagola, nulla di profondo od innovativo ma che fa dannatamente bene il suo dovere. "Knights Of Taragon" mantiene inalterata la carica di energia del brano precedente, deliziandoci con un tappeto di tastiere che rendono al meglio la giocosità insita nella musica di Bay e soci. "Heart Of A Warrior" chiude questo terzetto di brani veloci con un piacevole gioco di riff di chitarre e batteria tellurica. "Come On Home" si discosta dalle precedenti mostrandoci un piacevole scambio di battute tra la voce solista di Chris Bay ed i coretti, rendendo il tutto il candidato più probabile quale inno dell'Oktoberfest, da cantare in compagnia ed in allegria tra un boccale di birra e l'altro. "Beyond" spiazza tutti aprendosi in modo delicato e quasi malinconico con piano e voce languida, per poi esplodere con tutta la forza che i Freedom Call sanno imprime nei loro brani, rivelandosi, con i suoi quasi otto minuti di durata, la traccia più epica e più complessa per struttura dell'intero lotto. "Among The Shadows", con un netto rallentamento di velocità rispetto allo standard dell'album, ed "Edge Of The Ocean" si rivelano sempre di buon livello, a riprova che anche le canzoni che dovrebbero funzionare potenzialmente da semplice riempitivo, con i Freedom Call acquistano una dignità che non le fa sfigurare di fianco a brani più riusciti. Con "Journey Into Wonderland" la maestria di Bay nel saper confezionare canzoncine che immediatamente ti si stampano in testa si mostra in tutto il suo splendore: il gioco di botta e risposta tra voce solista e cori non poteva essere sviluppato meglio e tutto l'andamento molto semplice e brioso del brano la rendono uno dei potenziali pezzi da include nella scaletta delle esibizioni dal vivo. "In The Rhythm Of Light", con basso e batteria che martellano, è un piacevole diversivo. "Dance Off The Devil" è una mosca bianca all'interno dell'album: cornamuse e tamburi col il loro suono tipicamente scozzese che si mescolano ad influenze più tribali ed al tipico power metal della band. Il risultato è un piacevole insieme di stili ed influenze diverse che si riescono comunque a sposare in modo ottimale. "Paladin" e "Follow Your Heart" ci riportano su lidi più consoni della tradizione Freedom Call. Giungendo alla conclusione dell'album ci aspetta ancora "Colours Of Freedom", che nuovamente ci mostra quell'influenza hard rock ravvisabile nelle ultime produzione della band. La chiusura vera e propria è lasciata a "Beyond Eternity", un tripudio di cornamuse, tastiere e l'attitudine alla solarità e all'ottimismo che fondano tutto il credo dei Freedom Call.


Realizzare un album innovativo all'interno del power metal non è affatto cosa semplice, visti anche i limiti imposti dal genere all'interno dei quali poter lavorare. Il nuovo prodotto di Chris Bay non lo si può dire di certo innovativo o rivoluzionario, però bisogna concedere ai Freedom Call che si sono impegnati per consegnare ai loro fan un disco che trasudi tutti gli elementi basilari della loro "poetica", mostrando anche, quando possibile ("Dance Off The Devil" e "Beyond" sono due esempi calzanti), interessanti variazioni. Chi li ha amati fin'ora continuerà a farlo, chi li ha odiati li odierà anche maggiormente, ma è certo che questo gruppo non si tira indietro quando si tratta di darci dentro con l'happy metal e non ha neanche intenzione di rifilare ai propri fan produzioni di scarsa qualità, ed in questo periodo di rincorsa al mero guadagno non è certo poca cosa.





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