Foo Fighters
Medicine At Midnight

2021, Roswell / RCA Recordings
Rock

"Medicine At Midnight" è la decima fatica in studio dei Foo Fighter, un disco che punta sulla freschezza e sprigiona voglia di tornare a suonare dal vivo. Fra schitarrate pirotecniche e formule più collaudate, la band di Seattle gioca su ciò che sa fare meglio, assumendosi qualche rischio ma non fino in fondo.
Recensione di Simone Zangarelli - Pubblicata in data: 05/02/21

Per fortuna esistono i Foo Fighters. L’anello di congiunzione tra la musica di ieri e quella del presente, la fiamma che permette di mantenere ancora ardente lo spirito del rock & roll, quanto mai fiaccato dalle perdite dei suoi simboli (uno su tutti Eddie Van Halen) e sempre più in difficoltà a rimpinguare le proprie fila. In virtù di questo suo ruolo di intermediario, il buon Dave Grohl ha in parte emulato i grandi rocker durante la sua carriera, fino a diventare uno di essi. Conosce la regola principale del business musicale: non esaurire le batterie o, detta all’americana, “the show must go on”, come quella volta che suonò con la gamba rotta su un trono di chitarre. Eccoci allora a “Medicine At Midnight”, la dimostrazione che nel serbatoio della band circola ancora parecchia benzina. Composto prima della pandemia, il decimo lavoro in studio si inserisce nella discografia della band di Seattle come un disco di passaggio che grida voglia di tornare a scatenarsi sul palco. "Saturday Night party album" lo hanno definito i Foos, accostandolo a quel “Let’s Dance” di David Bowie lontano dalle esplorazioni elettroniche anni ’70 in favore del ritmo, del divertimento e della semplicità. In una parola: freschezza. Niente paura, non si sono dati al pop, ma dopo aver aderito al rock & roll più tradizionale per venticinque anni, il cambiamento può sembrare più vertiginoso di quanto non sia in realtà. Uscire fuori dalla comfort zone, abbracciare la parte di sé più positiva, quella che sa ballare in mezzo alla tempesta, capace di guardare al passato mettendo da parte la rabbia: sono queste le coordinate che ci guidano all’ascolto di “Medicine At Midnight”.

 

Il coro che introduce “Making A Fire” è un chiaro esempio di ciò che la band ha evitato in tutto questo tempo e che ora decide di provare a incidere. Se è vero che il “na-na-na” raramente si sente in un disco rock, l’effetto gospel dato dalla voce della talentuosa figlia di Dave Grohl, Violet, è sicuramente un valore aggiunto alla qualità della canzone. "Ho aspettato una vita per vivere" confessa il frontman con tutta la purezza che traspare, mentre le chitarre di Pat Smear e Chris Shiflett sembrano trasportarci in un disco di Lenny Kravitz. L’album prende una virata inaspettata con “Shame Shame”, la traccia più cupa e sperimentale dell’intero lotto, stranamente scelta come primo singolo. Ad ascoltarla nel complesso, l’atmosfera creata dagli archi, talvolta pizzicati, talvolta aperti, è una coltellata nel fianco del rock tradizionale. Una canzone tanto criticata dai fan quanto audace, con i suoi notevoli punti di forza, come il crescendo parallelo di voce e arrangiamento, e alcuni punti deboli: il charleston che uccide ogni fantasia al ritmo di quattro battute. Ma che fine hanno fatto le chitarre? Eccole in “Cloudspotter” con la sua intro hendrixiana e il piglio più sostenuto: ad una strofa e a un bridge efficaci, si contrappone un ritornello non altrettanto all’altezza con un "bang bang bang" non proprio di ottimo gusto.

 

Si passa alla perla del disco, “Waiting On A War”, che sembra dire agli ascoltatori “ci si vede sotto a un palco a cantarla a squarciagola”. Trattasi infatti di un ottimo esempio di rock acustico, l’immagine di un’infanzia passata con una pistola giocattolo in mano aspettando una guerra che sembrava imminente, il cielo che potrebbe cascarti addosso da un momento all’altro e poi una voce alla radio che illumina il tuo cammino. C’è speranza per un cambiamento? Dev’esserci più di questo. Il crescendo racchiude tutto lo spirito di grandiosità dei Foo Fighters per esplodere in un finale epico, dove tornano i pestoni sulla batteria, le chitarre sfreccianti e il basso martellante, accompagnati dal ritorno degli archi. La title track "Medicine At Midnight” ricorda alcuni momenti di “There Is Nothing Left To Lose”, ma parte da una buona idea per poi perdersi nella realizzazione, risultando piatta già dopo qualche ascolto. Altrettanto si può dire di “Holding Poison” e “No Son Of Mine”, che vorrebbe dare vigoria, ma finisce per copiare soltanto qualche elemento di "Enter Sandman" o dei Motörhead. "Chasing Birds" risulta invece un ottimo intermezzo: Grohl sa sempre come ricorrere alla sincerità e all’emozione in modo misurato, e in questa ballata riesce a catturare l’attenzione con atteggiamento da crooner. "La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni", canta e sembra quasi rapirci in una dimensione ultraterrena dove è possibile volare insieme agli uccelli, in alto, per poi ricadere lentamente sulla Terra man mano che il groove si intensifica. Il canto di liberazione arriva con "Love Dies Young", in cui i Foo Fighters sembrano essersi divertiti in studio come non accadeva da tempo, dando l’impressione di aver creato un gigantesco coro da stadio. Pur nella sua prevedibilità, la canzone è di certo una delle più riuscite, un ottimo congedo in salsa rock & roll anni ‘80 che richiama i Queen con il suo incalzante riffone.

 

Con solo nove tracce, fra cui alcuni riempitivi, e poco più di 36 minuti, questo è l'album più corto dei Foo Fighters fino ad oggi. Chi cerca l’emozione nella voce e nei testi non rimarrà deluso, anzi sono forse il vero fattore X di un disco suonato egregiamente e pensato per il live, la dimensione che sappiamo essere l’habitat di Dave Grohl e soci. Anche se “Medicine At Midnight" potrebbe non contenere tanti splendidi momenti come nei classici del passato, è un piacere sentirli ancora divertirsi, nonostante alcuni (strani) passi falsi. Dopo 25 anni e 10 album è anche bello accorgersi che i Foo Fighters hanno ancora uno o due assi nella manica da tirare fuori.





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