Faith No More
Sol Invictus

2015, Ipecac
Alternative Metal

18 anni di attesa. 18 anni di attesa ampiamente ripagati. Che ritorno!
Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 19/05/15

Quando si parla di band che hanno tracciato un solco importante nella storia della musica che tornano in vita dopo anni ed anni di silenzio e foto ingiallite, lustri e lustri di coma musicologico ed echi provenienti da impianti hi-fi ormai agonizzanti, è facile cadere nella trappola dell’eccitazione, dell’equazione buon singolo = ritorno eccezionale = disco stratosferico-a-priori. È facile, in sostanza, cadere nell’errore di giudicare di pancia trascurando il raziocinio. È anche vero che non bisogna esagerare nell’essere guardinghi, sospettosi, scettici (tu chiamalo, se vuoi, cagacazzi), altrimenti si scivola inesorabilmente nell’odiosa ed aprioristica frase “Non sono come quelli di una volta”.

 

Capite già da questa premessa quanto possa essere difficile, insidioso e problematico approcciarsi a “Sol Invictus”, il ritorno dei Faith No More sui nostri impianti stereo (o sui vostri iPod, qualora siate al passo con l’evoluzione tecnologica) dopo 18 anni di progetti paralleli e solisti, tra un Ozzy Osbourne ed un Mondo Cane. Una generazione di ascoltatori è vissuta tuttalpiù con la frase espressa dal fratello maggiore o dal cugino “questi erano i Faith No More” mentre consegnava all’innocente – musicalmente parlando – ragazzino il CD di “The Real Thing”, almeno due generazioni stanno vivendo il ritorno di Mike Patton e soci, ma solo ora potranno ascoltare qualcosa di realmente nuovo.

 

La title track è il gesto con cui si apre lentamente una porta per uscire dal lungo sonno, la successiva “Superhero” è la luce accecante che investe e brucia la retina dell’impreparato risvegliato, “Sunny Side Up” è l’occhio che torna a mettere a fuoco gli oggetti circostanti. Si parte spiazzati, con quella speranza di trovarsi davanti ad un buon lavoro ampiamente ripagata e che anzi diventa stupore e soddisfazione, tant’è che in quest’ottica i singoli “Motherfucker” e “Superhero” possono essere considerati paradossalmente come due episodi molto buoni, ma non i migliori dell’album. “Sol Invictus” è l’esempio concreto di un come-back realizzato a regola d’arte: i Nostri hanno saputo sfruttare gli anni che sono passati dalla reunion effettiva (2009) per poter ideare, comporre, correggere, buttare via, ricominciare da capo, limare, aguzzare, appuntire e lucidare dieci episodi rabbiosi, angoscianti, catartici, eleganti, eclettici, attraverso i quali le sfuriate spasmodiche (“Separation Anxiety”) ben si uniscono con un filo di elegante inquietudine ad arrangiamenti più misurati ma non per questo meno efficaci (“From The Dead”). Se poi tutto ciò funziona anche durante una stessa canzone (“Cone of Shame”, “Matador”), il risultato è goduria pura.

 

Con un repertorio inedito a dir poco appagante ed una produzione che riesce a dare ai quaranta minuti di musica compattezza e sfavillante ruvidezza sonora, i Faith No More sono riusciti laddove molti illustri colleghi non hanno centrato completamente il segno, se non addirittura fallito: tornare dopo un lunghissimo letargo con un lavoro convincente in tutto e per tutto, privo di particolari difetti, che fuga le paure precedenti e soddisfa le aspettative sperate, perfino superandole, in alcuni frangenti. Nessuna nuova rivoluzione, ma evoluzione e, soprattutto, tanto scompiglio che infiamma proprio come un tempo, come quando una rivoluzione, all'epoca, la stavano compiendo proprio loro. Chi ha atteso 18 anni per un album di Mike Patton e soci ritroverà certezze e conforto, chi ha vissuto solo sentendo parlare della band rimarrà sorpreso e soddisfatto.

 

Sol Invictus in molte mitologie è rappresentato come il dio del sole, la cui celebrazione corrisponde al periodo prossimo il solstizio d’inverno, momento in cui la luce solare torna ad irradiare sempre più le giornate. “Sol Invictus” dei Faith No More può essere inteso allo stesso modo, discograficamente parlando: un ritorno luminoso, gratificante e soddisfacente, come la consapevolezza che qualcosa sta tornando, anzi è già tornato.





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