Europe
Prisoners In Paradise

1991, Epic
Hard Rock

Recensione di Giulio Beneventi - Pubblicata in data: 23/09/15

I Bon Jovi. I maledettissimi Bon Jovi. Gli stramaledetti “figli delle spiagge” del Jersey. Un nome di band che spesso salta fuori parlando degli Europe. Perché? Vai a capire, le similitudini non sono poi così tante come sembra, a parte le cotonate e gli amici in comune. Di miglia poi tra Stoccolma e il Garden State ce ne sono fin troppe. Ne consegue che con ogni certezza fu una rivalità costruita a tavolino dai giornalacci di gossip, come accadde a loro tempo fra Beatles e Stones. Eppure tale parallelismo oscurava da tempo le menti già di per sé fosche dei loschi figuri della Epic Records che sbavavano davanti alle cifre astronomiche di “Slippery When Wet” e “Bad Medicine”, vedendole come dei simulacri a cui tendere per una potenziale replica del successone di The Final Countdown. Ed ecco allora l’idea “geniale”: sicché gli Europe come tali non funzionano più, trasformiamoli nella versione scandinava di Sambora e soci. Americanizziamoli. Vedrai quanti soldoni. Poco importa la snaturalizzazione, tanto noi chiamiamo anche Bob Rock -ormai famoso protégé di Bruce Fairbairn e noto “man behind” la metamorfosi positiva dei Mötley Crüe di fine decade- che saprà mettere tutto a regime.
Bob alla console di produzione degli Entrerprise Studios non ci arrivò mai. Forse fiutò il pericolo, forse ebbe solo fortuna; sta di fatto, che preferì sottrarsi e dedicarsi ad un’altra mutazione che si rivelerà più fortunata (quella dei Metallica del Black Album) e andare poi a lavorare direttamente per i veri Bon Jovi, sul successivo “Keep The Faith”. Quel povero disgraziato di Beau Hill invece cadde nella trappola. Lui poi, ancora più di Rock, era l’uomo giusto per l’operazione: la tradizione hair metal Kix-Ratt-Winger-Warrant a cui era legato divenne inconsuetamente centrale nella genesi di Prisoners In Paradise, ponendo questo quinto e ultimo album della fase classica della band di Upplands Väsby come la punta di diamante di un genere in velata caduta libera e allo stesso tempo uno spietato innesto per la bomba ad orologeria che veniva a porsi sotto il sedere del gruppo. Era il 23 settembre 1991 infatti quando il disco venne pubblicato: neanche 24 ore dopo la traditrice Geffen Records dava alle stampe “Nevermind” dei Nirvana che, nel pieno del ciclone grunge, gli precluse totalmente la classifica statunitense e fece piazza pulita di tutto quel colorato movimento. Scacco matto. Era finita ancora prima di cominciare. Il “settimo segno” (titolo originario scartato) che gli Europe da tempo cercavano si presentò con le vesti della decadenza.


Lasciando da parte le cospirazioni e le madornali toppate della casa discografica, “Prisoners...” può essere riassunto in un azzardo in extremis per scuotersi di dosso le accuse e le delusioni e per riconquistare la volubile America, scegliendo così di accentuare il lato hard rock/A.O.R. e conformando pesantemente le sonorità con la moda (ancora per pochissimo) imperante lungo la west coast. Il traino da rimorchio non poteva che essere Kee Marcello che, se già molto influente nel precedente “Out Of This World", qui prende il sopravvento guidando chitarristicamente ogni santo pezzo con prestazioni generali da far impallidire Sua-Maestà-in-esilio John Norum, tanto che il guitarist norvegese dovrà “riadattare” (semplificare) i suoi soli nei futuri live quando tornerà al suo posto. A pagare più di tutti la nuova scelta stilistica è invece Mic Michaeli, il cui contratto da protagonista viene rivisto, relegando la sua tastiera in minori episodi di primo piano: la sua influenza si risentirà soltanto vent'anni dopo… intanto lui sui palchi dalla noia spesso imbraccia la chitarra. E’ un caso poi che questo sia l’unico album del combo svedese in cui Joey Tempest è circondato da molti nella composizione dei brani (lo stesso Hill, Jim Vallance, Brian McDonald, Nick Graham, Fiona, addirittura Eric Martin dei Mr.Big)? Direi proprio di no. E il fatto che sia stato registrato nel cuore della California? Suvvia, dai. Per alcuni non lo è neanche lo scarto delle prime due composizioni considerate troppo heavy (“Break Free” e “Yesterday’s News”, in primis), prodotte dalla band in principio riottosa per dare nuovo credito al suo buon nome e poi più docile, impegnandosi comunque professionalmente a tirare fuori dal diktat un ottimo album, dinamico e interessante sotto più punti di vista.


Non è sbagliato dire che gli Europe da outsiders scandinavi finirono per dare alla luce uno dei migliori dischi dell’hair metal a stelle e strisce: “Prisoners…” ha tutto di quella moda e lo ha alla massima potenza, come un white album dell'hard rock californiano. Nonostante la sterzata di sonorità è ritenuto in fin dei conti dall’opinione maggioritaria anche un classico della discografia europeista e non potrebbe essere altrimenti: un album con al suo interno autentici capolavori come “Girl From Lebanon” o “Seventh Sign”, o ancora pregevoli canzoni come “Halfway To Heaven”, “Talk To Me”, "I'll Cry For You" e “Little Bit Of Lovin” non può essere definito diversamente. La title-track poi da sola, struggente ma composta, renderebbe riuscito, se inserita al suo interno, anche il peggiore dei lavori. Quindi si, mi rendo conto a questo punto che è un discorso molto strano da fare - quasi fuori da questo mondo - dato che tutte (e, ripeto, tutte) le tracce sono buone composizioni, magistralmente eseguite, tanto che basta un solo ascolto per stamparsele in mente e poterle canticchiare nota per nota sotto la doccia. Eppure i cori arena di “All Or Nothing” così freddamente Def Leppard o quelli più street metal di “Bad Blood” avranno sempre un’atmosfera troppo estraniante, a tratti anonima, complice anche un Tempest in cerca di identità che indossa tutti i panni possibili, tranne che i suoi: il che va curiosamente bene finché gioca a fare Jeff Keith; quando però si ha l'impressione che a pronunciare “Baby, shame on you” su “Got Your Mind In The Gutter” sia Bret Michaels e che il pezzo in questione sia rubato da “Flesh And Blood”... allora in tutto questo ben di Dio c’è davvero qualcosa che non va.

Fu così che gli Europe soccombettero dinnanzi alle pazzie modaiole del tempo, non a testa alta ma passivi, ritrovandosi prigionieri di un album oggettivamente perfetto - appunto paradisiaco - ma plastificato, costruito da loro ma non per loro. Come dice uno dei migliori pezzi in scaletta (“Homeland”), si ritrovarono improvvisamente “così lontani dalla propria terra natia”, spinti violentemente in un freddo terreno americano che neanche li voleva più. La liberazione condizionale da quella prigione esigerà un caro prezzo, ossia lo scioglimento (con l’attenuante della non ufficialità) e una pausa di riflessione forzata che durerà quasi tre lustri. Torneranno, quello è poco ma sicuro. Ma staranno sempre ben attenti a rimaneggiare con cura questo album che, nonostante i quasi 25 anni passati, ancora scotta.





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