Darkthrone
Eternal Hails......

2021, Peaceville Records
Blackened Heavy Metal

In tempi di grande incertezza, consola sapere che nella terra dei Fiordi esistono sicurezze dal nome di Gylve Fenris Nagell e Ted Arvid Skjellum.
Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 28/06/21

Dopo le atmosfere cupe di "Arctic Thunder" (2016) e la nostalgica energia di "Old Star" (2019), i Darkthrone sciorinano ancora una volta la passione per le frange occulte dell'heavy metal anni '80 attraverso le righe di questo nuovo "Eternal Hails......", continuando in quel percorso di recupero di vecchie chincaglierie sonore iniziato nel 2006 con "The Cult Is Alive". Allontanatisi dal puro black norvegese di cui è stato uno dei maggiori esponenti storici, il gruppo di Kolbotn riprende la formula esperita nello scorso lavoro, malgrado il songwriting lasci maggiore spazio al doom e alla componente epica, approccio compositivo testimoniato dalla durata delle singoli canzoni, mai al di sotto dei sette minuti.

 

Arrangiamenti scarni, produzione lo-fi, note ovattate e linee vocali provenienti dal regno dei morti, rappresentano il marchio di fabbrica della band, anche se in tale occasione il tutto sembra diventare più crudo e marcio, al contrario di quanto si osservava nelle ultime prove sulla lunga distanza. Una scelta anacronistica e discutibile che, oltre a quasi cancellare la presenza del basso, affievolisce la spinta veemente di parecchie sezioni dei brani, così come non convince appieno la prestazione dietro il microfono di Nocturno Culto, a tratti stanco e appannato, e a cui non avrebbe fatto male la compagnia di un Fenriz formato Isengard.

 

In ogni caso, dai testi criptici a libera interpretazione a un artwork, replica di un dipinto del 1972 di David H. Hardy, "Pluto And Charon", che sa di autoreferenzialità e citazionismo, passando per la classe e il mestiere degli scandinavi, il disco riesce a catturare l'attenzione a dispetto di alcuni passaggi tirati troppo per le lunghe. Colpiscono positivamente l'intro e l'outro post punk di una "His Master's Voice" che oscilla tra una cavalcata di conio speed e una serie di riff simili a quelli elaborati nel periodo "Total Death" (vedesi in particolare "Majestic Desolate Eyes"); altrettanto fanno l'ottima "Hate Cloak", un incrocio accattivante di Cirith Ungol e Celtic Frost, e l'arrembante "Wake Of The Awakened", pezzo che, impostato ritmicamente su una batteria al galoppo stile Bathory di "Blood Fire Death", mostra la secchezza incisiva di "Transilvanian Hunger" e il carattere fiero di "The Underground Resistance". Un paio di assoli à la Manilla Road screziano di solennità oscura e malinconica la lentezza ipnotica di "Voyage To A North Pole Adrift", mentre la chiusa "Lost Arcane City Of Uppakra" a una prima parte di marca NWOBHM, ne accosta una seconda guidata da evocativi sintetizzatori burzumiani con spettrale spoken word a corredo.

 

Niente di straordinario e molto di già sentito nel diciottesimo album dei Darkthrone: eppure, in tempi di grande incertezza, consola sapere che nella terra dei Fiordi esistono sicurezze dal nome di Gylve Fenris Nagell e Ted Arvid Skjellum. Non si può non amarli.





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