Enslaved
In Times

2015, Nuclear Blast
Progressive Black Metal

L'ennesimo trionfale passo di una lenta rivoluzione
Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 10/03/15

"The chalice of daylight
The coiling sword
The blood of infinity
The solar eclipse
The investigation of doom
All united in timelessness"


Cominciamo, per una volta, dalla fine: dalla emblematica "Daylight", posta in coda alla nuova opera degli Enslaved, ma che ha titolo e testo capaci d'assurgere a manifesto programmatico della creazione musicale della band.

La luce. Il sole. Più che una semplice sperimentazione, quella della band norvegese è sempre parsa un anelito a una radiosità solo apparentemente preclusa a un genere cui loro stessi dichiarano fieramente di appartenere, e che porta il nero nel suo stesso nome. Se già nelle glacialità di "Frost" affioravano evidenti ma ancora fredde lunminescenze, è nel percorso intrapreso in tempi recenti (con "Axioma Ethica Odini" e "Ritiir", per intenderci) che la ricerca s'è spinta verso il rassicurante tepore di un particolarissimo progressive-black, capace di incorporare con apparente semplicità raffinate pause di riflessione, con chitarre e voci clean come assolute protagoniste.

Tendenze che "In Times" riprende e possibilmente amplia: "Building With Fire" pare impegnarsi a raggiungere vette di dolcezza vocale mai toccate dalla band (per una volta, potrebbe non essere blasfemia associare ai ritornelli l'aggettivo "catchy") per lasciare poi il basso di Grutje Kjellson e le tastiere di Herbrand Larsen a sovrapporsi in una lenta, rilassata danza; "Daylight" si concede invece rallentamenti e tocchi in delay su accordi morbidissimi, che fanno affiorare, per lunghi minuti, più di un semplice sentore di post-metal.

Certo, non si creda che gli Enslaved siano diventati dei teneroni smidollati, e che siano finiti in quel buco nero avantgarde che ha inghiottito con alterne fortune anche baluardi della ferocia: il black resta qualcosa di molto più concreto che un semplice seme, permeando a fondo ogni singolo pezzo in tracklist. Prima di una salvifica distensione, "Thuriszas Dreaming" stordisce con una delle aperture più barbariche mai architettate dalla band, e sulla metà offre, su vaghe psichedelie chitarristiche, scream filtrati da microfoni tanto disturbati da essere perfettamente incastrabili in demo di intransigenti artigiani di pure Norwegian black; "One Thousand Years Of Rain", dopo aver cambiato d'improvviso il solenne tema elettrico iniziale per lanciarsi in una affannata, rapidissima corsa, mette in scena un teatrale coro che rievoca fasti vichinghi (la mitologia e l'iconografia dei quali è tema centrale anche di quest'album).

Con soli sei brani, ciascuno così variegato e lungo da costituire quasi una storia a sé, "In Times" arriva come ennesima conferma di una potenza espressiva inimitabile, di una capacità unica di dare sempre nuove stupende coloriture a un sound già difficilissimo da perfezionare. Il frutto dell'inestinguibile del talento di una band incapace di deludere.




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