Dream Theater
Dream Theater

2013, Roadrunner Records
Prog Metal

I Dream Theater ritornano ad emozionare, finalmente.
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 18/09/13

Tra le poche formazioni odierne in grado di “monopolizzare” l’attenzione all’uscita di un nuovo album, i Dream Theater occupato sicuramente una posizione di prestigio. Praticamente tutti gli ascoltatori rock/metal si troveranno ad ascoltare il nuovo materiale, anche solo un singolo o i minuti sufficienti per parlarne male con un minimo di cognizione di causa, impossibile sottrarsi alle news, alle dichiarazioni, alle anticipazioni… Insomma, quando si parla dei Dream Theater si fa sul serio.

Per cominciare dobbiamo fare un distinguo: ci sono gli amanti della musica, ci sono gli amanti del prog metal e ci sono i “dreamtheateriani”, categoria di ascoltatori a sé stante, in grado di riconoscere immediatamente ogni singola nota e contestualizzarla, sottolineare passaggi chiave con precisione cronometrica, fare paragoni tra album ed album dei nostri saltando decadi di musica al battito di ciglia e così via. Noi non siamo “dreamtheateriani”, quindi la recensione che vi apprestate a leggere non sarà uno sterile esercizio di memoria sulla nutrita discografia degli americani andando a sottolineare ogni “strange deja vu” durante l’ascolto di questo nuovo full-length. Perchè sia chiaro, in “Dream Theater” i rimandi e richiami più o meno velati ai lavori passati non mancano, sia recenti che più datati, per questo vi esortiamo a leggere redattori più vigorosi, quello che a noi interessa è cogliere lo spirito, il “nuovo spirito” che ha mosso questi musicisti nel dare al mondo il dodicesimo capitolo del teatro del sogno.

I titoli e le copertine dei Dream Theater sono sempre stati evocativi. Facciamo un passo indietro, ad esemepio a “A Dramatic Turn of Events”: se non fossero bastate le parole, l’immagine di un clown in bilico su una corda (prossima a spezzarsi) a migliaia di metri di altezza, mentre un aereo col logo della band viaggia sicura tra le nuvole, è forse più di un velato messaggio allo split con lo storico batterista Mike Portnoy. “Dream Theater” è dunque più di un semplice titolo, una chiara affermazione di se stessi, della propria identità, della propria natura, probabilmente l’inizio di una nuova fase, rimarcata dalla voluta semplicità della copertina, come a dire “a buon intenditor poche parole”.

Sebbene non si possa parlare di novità in senso assoluto, dal momento che il disco è al 100% Dream Theater, senza alcuna particolare sorpresa, quello che è nuovo è l’approccio dei newyorkesi alla propria musica. È come se smaltita completamente l’influenza ingombrante di Portnoy, Petrucci e compagni si siano concentrati maggiormente sull’aspetto melodico del proprio bagaglio musicale, più focalizzati sul lato prog piuttosto che rivolgere lo sguardo verso soluzioni spigolose, troppo moderniste o “heavy”, aspetto che fin troppo aveva penalizzato le ultime uscite dei Dream Theater. Una scrittura maggiormente organica e focalizzata su classici passaggi di ottima fattura, ma volti ad emozionare (finalmente) e non solo a stupire.

Un po’ come il vecchio maestro eremita dei film sulle arti marziali, che non ha bisogno di muscoli e agressività per sopraffare il nerboruto nemico, i Dream Theater scelgono, con le debite proporzioni, un modus operandi più controllato, non rinunciando alla complessità del songwriting e a un riffing nervoso e “metallico” (vedi la chitarra di Petrucci in “The Enemy Inside”), ma stemperando il tutto in un clima più disteso e arioso, forse riflettendo la rinnovata serenità del quintetto americano. Il risultato è un album godibile, lontano dai capolavori ma più convincente del passato (neanche troppo recente), in cui ognuno fa il proprio senza strafare, senza dover mostrare a tutti i costi qualcosa. Finalmente un Rudess più a servizio dei brani e non sbrodolatore da tastiera (anche se non manca la sua tamarrata in “Along for the Ride”, pessima scelta dei suoni), un LaBrie in controllo e con le due colonne portanti Petrucci e Mangini a fare la voce grossa dimenticandosi di essere due virtuosi dello strumento, ma solo musicisti al servizio del risultato finale. Un disco che da fuori potrebbe sembrare quasi dimesso, ma in cui invece tutto gira bene (in più occasioni di fa notare anche Myung…), o almeno meglio di quanto potevamo sperarci.

Certo ci sono episodi in scaletta che avrebbero potuto godere di maggiore ispirazione, ci riferiamo ad esempio ai due singoli “The Enemy Inside” e “Along for the Ride”, ordinaria amministrazione per il livello della band, o anche “Surrender to Reason”, ma ci saremmo trovati davanti a un disco da ricordare negli anni altrimenti… “Dream Theater” riuscirà invece a conquistare molti ascoltatori facendo leva su alcuni episodi decisamente godibili. Troppo facile porre l’accento sulla suite finale (22 minuti di spessore) o sul classico brano strumentale, da sempre due must dei Dream Theater, meno preventivabile e per questo più sentito invece un brano come “The Bigger Picture”, davvero encomiabile ed emozionante come non ne ricordavamo da diversi anni.

I “dreamtheateriani” lo staranno già imparando a memoria (godendo come ricci), i detrattori staranno facendo altrettando avendo quasi settanta minuti a disposizione per trovare nuove critiche, gli appassionati neutrali non potranno invece che apprezzare questo nuovo lavoro, più passionale, meno scenografico e costruito, come se la band avesse davvero qualcosa da dire a questa tornata. E si può essere un maestro col proprio strumento, ma se fai le cose tanto per farle o sotto la spinta di un qualcosa che viene da dentro, la differenza si sente eccome.



01.False Awakening Suite

02.The Enemy Inside

03.The Looking Glass

04.Enigma Machine

05.The Bigger Picture

06.Behind the Veil

07.Surrender to Reason

08.Along for the Ride

09.Illumination Theory

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