Def Leppard
Def Leppard

2015, earMusic
Hard Rock

Due anime, passato e presente. Un solo grande nome.
Recensione di Giulio Beneventi - Pubblicata in data: 03/11/15

Nel 1977 la scelta era se spaccarsi la schiena nelle fabbriche di Sheffield dieci ore al giorno o insistere nel proprio sogno e creare qualcosa di veramente originale. 35 anni dopo che quel sogno si è avverato e li ha portati nel tempo a contendersi a più riprese il vertice delle classifiche con rinomate icone pop quali Madonna o Michael Jackson, la questione si ripresenta nel semplice bivio tra il vagare come cani sciolti alla ricerca di chissà quale altro oscuro significato nella musica o tornare a sostenere saldamente e senza vergogna la propria bandiera e nobile lignaggio.
"Gotta stand up, gotta get in line": è chiaro sin dalle prime liriche che questa volta i Def Leppard hanno infine -dopo qualche sbandata e indecisione di troppo- optato per la seconda via. Lo stesso essenziale ed omonimo titolo di questo decimo studio album in carriera pare voler sottolineare che è davvero giunto il momento di tornare al caro vecchio stile. Dunque ci siamo, il tanto atteso ritorno alle origini è alle porte.


È davvero così? Si... ma in parte, ve lo dico subito.


E' facile notare infatti come i Leps giochino sporco con tanta creatività quanta astuzia, impiantando innesti di diversa origine nei tessuti di ognuna delle 14 nuove tracce. E si, tra questi, nel fulcro del nuovo lavoro vi è proprio il loro dna più puro e cromato, come ampiamente anticipato da Phil Collen. C'è davvero il loro più genuino marchio di fabbrica, riconoscibile anche solo dalla sempre tuonante batteria di Rick Allen. Come un cuore pulsante e fortemente pompato dalla produzione di Ronan McHugh, all'interno del disco è racchiuso un vero e proprio Ep appendice degli anni '80, formato da un corpus di composizioni superlative che fotografano il quintetto in splendida forma. Sto parlando ovviamente delle prime due canzoni "Let's Go" e "Dangerous" -figlie in provetta di "Pour Some Sugar On Me", "Let's Get Rocked" e "Photograph"- e di "All Time High", vero highlight dell'album e futuro cavallo di battaglia nei prossimi live, dal tiro eccezionale e con un solo di chitarra da brividi. A queste possiamo aggiungere come bonus la ballata nostalgica di rango "Last Dance" che ripercorre in modo piacevole i dorati solchi di "Two Steps Behind".

Però in realtà, oltre a questo "disco nel disco", lo scenario cambia sensibilmente, come ci si accorge ben presto addentrandosi nella scaletta. In barba al grande hype generato dall'anticipazione di alcune delle già citate tracce (sapientemente diffuse come ingannevoli antipasti), viene mostrato nella prosecuzione un panorama ben diverso ed estremamente variegato, prodotto di mille input originali basati su uno scheletro di altri innesti di proprietà altrui, quasi Rick Savage e soci volessero fare un elenco di tutti gli spunti di stimati colleghi che reputano interessanti (in "Rocket" mood), mescolarli e vedere alla fine cosa ne esce. Se "Man Enough" è il risultato di evidenti e ripetuti ascolti di "The Game" (Queen), in "We Belong" e "Invincible" i Leppard si giocano il diritto di credito che vantavano nei confronti di Bryan Adams sin dal 1991. Con la settantiana "Sea Of Love" abbiamo invece un profilo più à la Tom Petty e un orientamento zeppeliniano che ritroviamo anche in "Battle Of My Own", molto vicina agli Europe più moderni. Decisamente validi come potenza ed attitudine "Broke N' Brokenhearted" e "Wings Of An Angel", che si aggiudicano senza troppi dubbi il titolo di migliori episodi della "seconda parte" dell'album.
Non è però tutto rose e fiori: l'ascolto riserva anche alcuni collassi, individuabili nellla plastificata "Energized" che irrita in principio ma si redime nel chorus melodicamente aperto e in "Forever Young" che -come suggerisce il titolo- arranca nella banalità. "Blind Faith" infine va ad emulare quasi i ritocchi geniali della "Strawberry Fields Forever" beatlesiana (per la quale Joe Elliott non ha mai nascosto l'ammirazione), per raccogliere tutti gli atomi seminati nel cammino e tentare una conclusiva summa psichedelica dei due mondi percorsi.

Perchè si, nel nuovo disco della brigata rock sembrano davvero convivere due anime. Ed è inutile dire che l'addizione dei due emisferi non riesce a costituire il tanto auspicato successore di "Adrenalize" (che temo a questo punto non giungerà mai) o che -più in generale- con ogni probabilità non è esattamente il lavoro che ci si aspettava dalle anticipazioni. E' però di sicuro un album che nel totale riserva divertimento e coinvolgimento, anche dopo molteplici ascolti... e in fondo non è questo quello che rileva davvero?
Non posso che definirlo un onesto tentativo di dare ai fans quello che chiedevano da eoni (almeno sin dalla défaillance di "Slang") e al contempo di ricreare ciò che piace ai membri stessi. Insomma, un armistizio tra passato e presente e un contraddittorio rispettoso tra band e ascoltatori.
"Il nostro non diventerà mai un complesso nostalgico", afferma il biondo vocalist. E "Def Leppard" ne offre la prova definitiva, poichè ha il fegato di ricatturare dopo tanto tempo lo spirito degli heydays e di usarlo con parsimonia, semplicemente per svecchiare lo stile attuale del combo britannico e slanciarlo verso nuovi orizzonti, senza scadere in una mera operazione nostalgica. "There ain't no mountain I can't climb", si dice nei testi: e i Def Leppard scalano. Con perizia, con tecnica ed esperienza. Quasi per dimostrare soltanto che ne sono ancora capaci. Scalano e con crescente intensità riescono a risalire quel monte Olimpo da cui erano stati invitati a scendere senza troppe cerimonie anni or sono, nonostante il loro status privilegiato. E poco importa che molto verosimilmente la salita raggiungerà neanche un centesimo delle vendite di anche solo "On Through The Night"... il futuro da questa dignitosa cima appare già più che mai radioso per una band che ha superato mille difficoltà e che non accenna minimamente a fermarsi. Let's go!



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