Amenra
De Doorn

2021, Relapse Records
Sludge/Post Metal

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 26/06/21

Guidati dal carismatico e incandescente Colin H. Van Eeckhout e scaturiti dalla scena hardcore delle Fiandre, gli Amenra hanno imposto, anche grazie a intense esibizioni dal vivo, un originale cocktail di sludge e inquieto post metal. Un elegante progetto estetico che va oltre i confini della musica per mobilitare le performance visive, capace di acquisire pian piano un vero status di culto, giustificato da concerti spettacolari e catartici tenuti in profonda simbiosi col pubblico. Dopo ventidue anni di esistenza e sei cattedrali discografiche cariche di oscurità e dolore, per i discendenti dei Neurosis è giunto, ora, il momento di tornare in scena, freschi di firma con Relapse Records. Niente messa questa volta, ma una funzione evocativa comunque, visto che "De Doorn", registrato in occasione di un rituale dato allo SMAK, il museo d'arte contemporanea di Gand, appare coinvolgente come un live pur conservando il tepore raccolto di una sala d'incisione.

Una lunga introduzione meditativa scandita da droni spettrali purifica l'atmosfera prima del principio della liturgia: a partire dall'opener "Ogentroost" ritroviamo sia una band all'apice della creatività, sia l'impronta concettuale del collettivo Church Of Ra, con dei passaggi ambientali a là Sembler Deah e la voce lugubre dell'impeccabile Caro Tanghe degli Oathbreaker, per l'occasione unitasi alle fila del gruppo insieme al nuovo bassista Tim De Gieter. Un inizio cerimoniale basato su sparuti e minimali accordi di chitarra che gradualmente diventano sempre più saturi, sino a formare una bolla di pulsazione vertiginosa dai sentori neri; poi la frenata improvvisa e l'avvento funebre della rovina, per un risultato finale denso e ipnotico.

Un modus operandi, l'accumulare lentamente tensione prima dell'esplosione liberatoria, seguito nell'intero disco, e che caratterizza la successiva "De Evenmens", nella quale collidono fragorose la voce salmodiante di Van Eeckhout e una serie di riff stentorei e taglienti. Tuttavia, i belgi raramente si affidano alla sola potenza sonora: un clima di fragilità e desolazione, infatti, attraversa le lande ambient di "De Dood In Bloei", episodio in cui i due cantanti sfruttano al meglio ciascuno la propria tavolozza timbrica e l'acustica arrotata della lingua fiamminga, adagiando parole e respiri su un vibrante letto di tastiere. Il vigore sovrapposto dei due singer domina gli ultimi respiri di una disperata "Het Gloren", e quando il contrasto tra il recitativo maschile e l'impercettibile sussurrato femminile svanisce nei crepitii che chiudono "Voor Immer", si riemerge dall'ascolto trasformati, restituiti a sé stessi, rigenerati.
 
Pochi gruppi prendono alla lettera la parola occulto al pari degli Amenra, che non necessitano di ammennicoli da parata per ottenere lo scopo prefisso. "De Doorn" rappresenta la trasmutazione del dolore in bellezza, della solitudine in comunità, del momento in eternità, con la spina del titolo che si riveste di un profondo simbolismo commemorativo: da una parte l'abituale richiamo al martirio di matrice cristiana, dall'altro quello alle trincee della Grande Guerra, tragedia che devastò le regioni d'origine dei membri della formazione. Un lavoro che, malgrado non goda della ricchezza dei dettagli dello scorso "Mass VI" (2017), amalgama crudezza e intimismo attraverso una monumentalità di straordinaria presa emotiva. Pura onda d'urto.




01. Ogentroost
02. De Dood In Bloei
03. De Evenmens
04. Het Gloren
05. Voor Immer

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