David Bowie
Blackstar

2016, ISO/RCA
Rock

Meravigliosa ed al contempo terribile Stella Nera a bordo della quale il nostro eroe alieno prende congedo dal mondo terreno.
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 12/01/16

9 gennaio 2016, ore 17:30

 

Il vero Campione sa che allenamento e riscaldamento sono importanti tanto quanto, e spesso anche di più, della gara stessa. In quest'ottica, lo scorso "The Next Day" col suo carico di pop classy ma estremamente ordinario, poteva essere visto come una mera preparazione al vero ritorno sulle scene del Duca Bianco dopo un lunghissimo silenzio, ovvero il qui presente "Blackstar".

 

Due gli elementi che segnano in modo profondo l'ennesima rinascita artistica, nonché clamorosa rimonta, di una delle icone della musica tutta, non solo contemporanea.

 

In primis, la struttura ritmica del lavoro: tornano i tempi dispari, accelerati ed ansiogeni, di batteria, calati su distorsioni di basso talmente potenti, da far sembrare elettronico un lavoro che di sintetico ha ben poco, nonostante tastiere e synth vengano sì usati, ma perlopiù per una sorta di effettistica d'ambiente. Se state pensando ad "1.Outside" ed "Earthling" in questo momento, siete sulla buona strada.

 

Nel mentre, uno stormo di ottoni, con il sassofono protagonista, irrompe sulla scena sonora sempre all'improvviso, ed in modo deliziosamente imprevedibile: come lampi che squarciano la notte, come urla lancinanti che rompono il silenzio di un luogo sacro, essi donano all'impalcatura sonora ulteriore dinamismo, con un effetto che ricorda il Badalamenti intento a musicare l'incubo più surreale e straziante di David Lynch.

 

Su questo corpo sinuoso, schizoide e sfuggevole, David Bowie invita quindi numerosi fantasmi di quella musica anni'80 da sempre sfiorata e forse mai davvero approfondita, se non nell'esperimento pop (perfettamente riuscito) di "Let's Dance" e seguito (non così ben riuscito) "Tonight", quasi a voler ostentare che se il presente musicale non riesce davvero ad affrancarsi dalle manie sintetiche e wave di un trentennio fa, Bowie riesce ad inserire tutto in un contesto che suona davvero nuovo e tremendamente mesmerizzante.

 

Ecco, dunque, lo ieratismo solenne dei Dead Can Dance copulare lascivamente prima con lo splendore glam di Ziggy Stardust (la titletrack), poi con la psichedelica degli anni '60 ("Sue - Or In A Season Of Crime"), oppure la decadenza malinconica della new wave carezzare le voluttuosità jazz del lavoro ("Lazarus") o le rocciose asperità dei crescendo rock ("Dollar Days"), senza rinunciare alla splendida consolazione che solo il crooner più navigato sa elargire su un finale splendente quale "I Cant' Give Everything Away".

 

Incentrato su pochi brani ma dalla durata consistente, "Blackstar" è un sì giocattolo difficile, ma non eccessivamente impegnativo. Anzi, è perlopiù appassionante, e districare le sue fitte maglie attraverso il tempo sarà un piacere a cui ben pochi ascoltatori vorranno sottrarsi.

 

11 gennaio 2016, ore 20:30

 

Ci sarebbe piaciuto poter concludere questa visione critica dell'ultimo parto discografico di David Bowie con la conclusione più naturale possibile, ovvero limitarci a scrivere che no, "Blackstar" non può competere con la Storia del suo autore, ma ciononostante rimane un incredibile passo avanti rispetto ai dischi interlocutori dell'ultimo quindicennio in musica del Nostro, dando anche l'ennesima lezione di coraggio artistico a tutta una nuova generazione di musicisti che, per un motivo o per l'altro, non riescono a possedere il carisma da sempre innato nel Duca Bianco. Un ottimo titolo, caratterizzato anche dal saper condensare in poco più di 40 minuti tutte le anime multiformi e le maschere assunte nella cinquantennale carriera del Nostro.

 

No, non avremmo mai scomodato l'aggettivo "Storico", semplicemente perché questo disco - per quanto pregevole - comunque non merita di stare accanto ai vari "Heroes", "Low", "The Rise And Fall Of Ziggy Sturdust And The Spiders From Mars", "1. Outside", e consistente "eccetera" a seguire.

 

Ahinoi, la Storia ci costringe però ad usare l'ingombrante termine, poiché ella, beffarda, la notte scorsa ha deciso di toglierci uno dei pilastri su cui si reggeva il gusto della musica contemporanea.

 

Sia chiaro: la morte di David Bowie non ha minimamente influenzato il contenuto della qui Presente lettura critica dell'opera, né tantomeno la valutazione del lavoro. Ciò sarebbe stato atto estremamente ipocrita da parte del sottoscritto, nonché estremamente oltraggioso nei confronti di un artista che, già in vita, era riuscito ad assurgere ad uno status di puro mito.
Semmai, la morte del Duca Bianco ci costringe a virare il punto di vista della lettura musicale, e coniugare al passato i verbi che indicano il genio dietro l'opera.

 

Ecco, dunque, che l'atmosfera oscura ed orrorifica non è un omaggio al periodo industrial dell'artista, quanto una perfetta rappresentazione dello spettro della morte che animava l'ispirazione di David Bowie durante le tre sessioni di registrazione di "Blackstar", nel mezzo di una lotta contro il cancro, ci dicono le fonti ufficiali, durata ben 18 mesi.

 

Che il compendio della propria arte sintetizzato in 40 minuti di musica non è frutto di una volontà riassuntiva per prepararci a nuovi, mirabolanti, voli sonori di un futuro che ci auguravamo non troppo lontano, quanto un vero e proprio epitaffio lasciato ad imperitura memoria per tutti gli ascoltatori.

 

La morte di Bowie ci costringe a capire meglio questa perfetta uscita di scena dall'arte splendidamente programmata e così tremendamente ben costruita. Anche se no, questo finale così terribile (nonostante così inevitabile)... non ce lo saremmo aspettati. Non così presto.

 

Buon viaggio alieno della musica su questa Terra. Ritorna su Marte, da coloro che ti hanno detto di recapitare questo lungo, entusiasmante messaggio sonoro a noi poveri comuni mortali. E non ti preoccupare di nulla: perché la tua lezione non si esaurirà né oggi, né tra cinquant'anni.

 

E' destinata a perdurare nella storia.

 

Per sempre.





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