Damien Rice
My Favourite Faded Fantasy

2014, Atlantic Records/Warner Music
Indie/Folk

Recensione di Alessio Sagheddu - Pubblicata in data: 01/12/14

Come introdurre il nuovo album di Damien Rice? Impresa ardua.
Inutile nascondere che l’idea di trasgredire, di non includere in questa recensione un tono formale come d’abitudine, prediligendo quindi una prima persona, ci abbia sfiorati. Ci ha sfiorati ed abbandonati all’istante, “My Favourite Faded Fantasy”, successore di “9”, non merita certo le nostre moine o autocelebrazioni personali, ancor meno divagazioni varie legate alla persona di Rice. Conosciamo tutti un po’ di aneddoti e particolari riguardanti la sua vita, forse troppi.  Sappiamo tutti che è stato ospite a Sanremo ad inizio anno. Siamo perfettamente consci del fatto che questa nuova release arriva ben dodici anni dopo un capolavoro come “O” e conosciamo a grandi linee anche l’esilio musicale e personale che lo ha portato prima a rifugiarsi in Islanda per poi scoprire il piacere (non coltivato, tra l’altro.) di una vita contadina nella nostra Italia. Una sorta d’evento, un ritorno sulla scena, quello del cantautore irlandese che, come di consueto, porta con sé il solito marasma; Infatti non mancano i “gossip”, chiamiamole fantasie preferite mai svanite, cucite addosso ai soliti estimatori che tengono a precisare ovunque ci sia l’opportunità che questo è un album fortemente influenzato dalla figura di Lisa Hannigan e dalla rottura avvenuta tra i due. Precisazione quasi infantile visto e considerato che parliamo di due artisti, le cui strade si son divise, è comunque giusto rimarcare una certa credibilità musicale che accomuna entrambi che non merita certo queste poco appassionanti divagazioni da lovestory di terza categoria.


"We learned that lovers love to sing and that losers love to cling, didn't we?"

 

“My Favourite Faded Fantasy” è un album che, con uno sguardo al passato, va avanti e porta con sé il suo artista. E’ un album che apprezzi e non apprezzi. E’ qualcosa che prende le distanze dai suoi predecessori ed allo stesso tempo non si leverà mai di torno il paragone musicale con quanto fatto a quei tempi. Parliamo di un lavoro musicalmente umile (la chitarra acustica è indispensabile mentre è totalmente ristretta la gamma di altri strumenti) sincero, troppo per esser compreso così, con qualche nota sparsa sull’artista in questione. Non a caso è registrato tra l’Islanda e Los Angeles, punti non solo geograficamente distanti ma anche materialmente diversi. Una release che al suo interno racchiude un sound che non può essere spiegato ed alcune volte quasi restio a voler esser condiviso. L’impatto sonoro come già detto risulta abbastanza minimale, semplice nella sua composizione e ben strutturato nell’inserimento degli arrangiamenti d’archi che non si soffermano mai all’autocelebrazione personale e riescono anzi a creare atmosfere strazianti ma variopinte. L’intero lavoro gioca tra luci e ombre, con arpeggi di chitarra e pianoforte ma la tensione emotiva è sicuramente trainata dai crescendo che, sparpagliati per tutta la durata dell’album, potrebbero quasi sembrare abusivi o poco spontanei ma nel caso di Damien Rice possiamo tranquillamente depennare l’idea. I brani seguono una linea ben precisa dando sempre un’interpretazione chiara e pulita ma è curioso notare come già dal finale impetuoso della title track, il pathos ed il clima avvolgente delle 8 tracce resti sempre confinato a metà o sul finale del brano, caratteristica che raggruppa anche la canzone meno contaminata dalla sezione d’archi ("Colour Me In"). Esempio lampante è proprio la conclusione di “It Takes A Lot To Know A Man”, dove la sovrapposizione delle voci, alcuni accordi al piano e le maestose orchestrazioni ci accompagnano ad un finale dove alcune gocce di pioggia sembra trovino in una finestra aperta, lo sfogo dove schiantarsi; quasi a voler riprendere il nostro discorso, il lirismo della successiva “The Greatest Bastard” svela ben presto una sorta di verità a parole proprio sulla conclusione di ogni traccia ("Some dreams are better when they end…") ma c’è spazio anche per un’arrendevole serenità (“Well, I could go wild… but you might lock me up”) che risuona quasi radiosa tra le note di (eseguita al piano della talentuosa artista ceca Markéta Irglová) “The Box”.

 

Comodamente seduti al tavolo di un bar cerchiamo di finire la recensione quando nel locale si diffonde una melodia pimpante, solare, vicina ma anche lontana a quella proposta in questo “My Favourite Faded Fantasy”. Sembra quasi la breve apparizione della voce femminile che abbiamo potuto ascoltare nella penultima canzone “Trusty And True”, ma non è così. Quando il ritornello, saltellante nella sua ritmica, prende il soppravvento disturbato solo dal suono delle tazzine da caffè che si scontrano tra loro, ci rendiamo conto di essere nel bel mezzo di una coincidenza alquanto bizzarra perché il brano è proprio What'll I Do di Lisa Hannigan.




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