Corde Oblique
Per Le Strade Ripetute

2013, Prikosnovenie
Folk

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 17/11/13

La semplicità di violini e chitarre, il suadente rincorrersi, provocarsi e sovrapporsi degli strumenti acustici, in una danza aggraziata, equilibrata, mai avvezza a sbandamenti verso esagerati barocchismi. E' un tripudio della mediterraneità, non volgarmente ostentata ma sottilmente suggerita, naturale esteriorizzazione del vissuto e della formazione di artisti abili e completi, ma inquadrati in un quadro complessivo in cui nessuno sovrasta gli altri, in un'armonia che dà i brividi, emoziona, culla.

 

Una musica leggiadra ed evocativa, sublimata in quattro voci sottili, che danzando sugli strumenti ci raccontano di ricordi d'infanzia, di genitori e nonni che insegnano a vivere, di Scipione e di Saramargo, dell'amore puro e incontaminato per terre d'origine che hanno lasciato un segno indelebile nel sangue, nei pensieri, nella vita. Parole che, se a un primo approccio potrebbero sembrare accostate in maniera eccessivamente ardita (per brani come l'apripista "Averno", a dire il vero, anche a un secondo e a un terzo), svelano a un abbandonato ascolto come i loro significati vadano percepiti più che letti, sognati più che concretamente compresi.

 

Questo il modo in cui si incarna "Per Le Strade Ripetute", sesta opera del campano Riccardo Prencipe e della sua piccola orchestra Corde Oblique. Un folk profondo e romantico, aggraziato e poetico, perfetta risposta all'esterofilia del medio ascoltatore italiano, che all'evocatività delle fontane di Caserta (raccontate nelle vivide immagini di un delizioso brano strumentale), preferisce rifugiarsi in territori britannici, finnici o islandesi, dimentico di quanto le centinaia d'anni di tradizione italica possano infondere in musica inimitabile passionalità e infuocato sentimento (da pelle d'oca il crescendo conclusivo del singolo "Due Melodie").

 

Perché sì, qui si mostra in maniera per nulla velata l'ammirazione per alcuni autentici maestri del sinfonico internazionale contemporaneo (parliamo degli Anathema, le influenze dei quali sono chiaramente ravvisabili in brani come "My Pure Amethist" o in "In The Temple Of Echo", che non sfigurerebbero per nulla su un "Falling Deeper"), si ricorre svariate volte alla lingua d'Albione, nei titoli e nei testi (e in realtà la cosa, anche se la pronuncia è decisamente migliore rispetto al passato, sembra ancora stonare un po'), e si propongono fantasiose riletture alla chitarra classica di celeberrime colonne sonore hollywoodiane come "Requiem For A Dream"; ma una chiara e vivida latinità fluisce nelle vene di brani che sembrano farsi di carne e sangue, e in quanto tali mostrarsi timidamente, farsi conoscere ascolto dopo ascolto, un dettaglio alla volta. Mostrandosi impenetrabili per l'ascoltatore superficiale o alle prime battute, ma, dopo un po' di tempo, facendosi incondizionatamente amare.





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