Corde Oblique
I Maestri Del Colore

2016, Infinite Fog
Folk

Dai tempi della "Kunstwollen", il maestro Riccardo Prencipe ci ha abituati a questa "piccola bottega artigianale della canzone folkloristica italiana" denominata Corde Oblique, dove l'ispirazione dei luoghi e della storia, attraverso la preziosa collaborazione di fidati e capaci collaboratori, si condensava in brani dal sapore prezioso e dall'identità predefinita.
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 02/05/16

Oggi, dopo una lunga pausa dallo scorso "Per Le Strade Ripetute", il sesto opus discografico in carriera rompe un delicato equilibrio durato quasi un decennio, presentandoci brani dall'atmosfera più aperta e libera, dove le canzoni non sono più imbrigliate dagli spessi contorni della china nera ed il colore, libero, viene profuso in maniera impressionista sulla tela sonora.
"I Maestri Del Colore", quindi, si scopre essere opera estremamente fedele non solo alla splendida copertina ispirata alla collana omonima della Fabbri Editori anni ‘60, ma anche dalla costruzione di una scaletta che si prefigge lo scopo di esplorare tutto lo spettro cromatico attraverso una sinergia sinestetica con la musica.

 

Se, in questo momento, state pensando ad un'opera progressiva, siete decisamente sulla strada giusta: Prencipe, privo dei confini della Bottega, finalmente scopre tutte le sue carte e tutta la sua adorazione per un certo tipo di depressive rock di matrice anglosassone (Anathema principalmente), e basta sentirlo all'opera sull'incipit di "Suono Su Tela" per rendersene conto, visto che una chitarra elettrica - strumento usato per la prima volta dalle Corde Oblique che, sino ad ora, erano unicamente acustiche - ruba la scena al tradizionale violino folk di Notarloberti, per trasformarlo in qualcosa di fascinosamente diverso sul finire di un brano mutevole e cangiante.
Una fascinazione, questa, accennata sin dai tempi di "A Hail Of Bitter Halmond", certo, ma che qui trova un pieno e naturale compimento (ascoltate anche la progressione di "Violetnodle" e "Papavero E Memoria", o la mano Cavanagh a muovere la penna dell'ispirazione di "Blu Regale").
Certo, non mancano anche i richiami ad un folk più propriamente definito, eppure anche qui: accanto ad una famigliare ieratica alla Dead Can Dance ("I Sassi Di Matera", dove preziosa à la collaborazione con Denitza Seraphimova degli Irfan, e "Rosa D'Asia"), Prencipe accompagna inedite voluttuosità pagane di matrice medievale ("A Fondo D'Oro") ad echi della tradizione dei Nativi d'America ("Giallo Dolmen"), senza disdegnare le tinte oscure e sanguigne del gothic (il violoncello che magistralmente apre "L'Urlo Rosso").

 

Se quanto descritto sinora, unito al minutaggio globale dell'opera di una discreta importanza, potrebbe farvi insorgere leciti dubbi sull'eccessiva prolissità dell'insieme - peccato veniale insito nella musica progressiva - sappiate che "I Maestri Del Colore" cela anche canzoni propriamente definite. Composizioni, però, dove non sono le melodie e le voci a risaltare, quanto piuttosto delle strutture consone al post-rock che le rendono misteriose ed affascinanti (la tromba decadente di "Il Cretto Nero" che ne smotta il piglio epico, il crescendo Sigurrosiano della conclusiva "L'Occhio Bianco"), e che come unica eccezione alla regola pone una "Amara Terra Mia", dove la sola voce di una caldissima e vibrante Annalisa Madonna ci porta direttamente dentro alle atmosfere più intensamente drammatiche di un romanticismo quasi Almodovariano.

 

Riprendendo l'anima che muoveva il primo parto discografico sotto il monicker di Corde Oblique ("Respiri"), "I Maestri Del Colore" si propone quindi come opera di suggestione sonora, certamente meno emotiva di una già citata "Kunstwollen" o di un "The Stones Of Naples", ma non per questo meno emozionante.





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