Chris Cornell
Higher Truth

2015, Sony
Rock

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 17/09/15

È un titolo d'impatto, simbolico e pregno di significato, quello che campeggia sulla copertina del nuovo capitolo della lunga -ma dalle fortune alterne- carriera solistica di Chris Cornell. È un titolo che racchiude perfettamente l'essenza che è quest'album, l'obiettivo che si pone, le tematiche di cui tratta: perché "Higher Truth" non è un disco che, come "Scream", decide di operare una rottura (assolutamente maldestra, ma non è questo il punto) con un glorioso passato; ma neanche un'opera che si veste di malinconie crepuscolari come "Euphoria Mourning", o un'esorcizzazione di una crisi di mezz'età che, come "Carry On", s'apre con una bombarda cinematografica da film di James Bond per poi finire a sparare a salve nella scialba stucchevolezza di un inutile pop amarcord.

 

"Higher Truth" è, per farla breve, una raffinata collezione di spensierate e innamorate ballate: un elegante canzoniere in cui si parla di bambini e di lontananza, di speranze tramontate e di cuori spezzati, di immaginarie muse cui vengono dedicate romantiche proposte di matrimonio col solo accompagnamento di chitarre acustiche. Un album che fa finalmente rivivere, anche nella patinata perfezione delle registrazioni in studio, gli ottimi risultati raggiunti da un cantautore sempre a suo perfetto agio quando il numero di strumenti attorno a lui s'assottiglia enormenete (si ricordi lo splendido "Songbook", o l'altrettanto interessante release non ufficiale "Unplugged In Sweden"). Il buon Christopher si muove agilmente sull'accattivante e complessa struttura lirica del singolone "Nearly Forgot My Broken Heart", che s'apre sulle note di un mandolino e giunge all'apice d'intensità su un breve assolo elettrico; coniuga, in "Murderer Of Blue Skyes" la mesta dolcezza dei momenti più pacati della sua produzione in proprio con un'apertura psichedelica infarcita d'urletti a piena gola, come a voler richiamare memorie dei Soundgarden d'annata; riesce, con "Dead Wishes", a lasciare ai giovani cantori muniti di chitarra un autentico, perfetto esempio di come un moderno alternative rock acustico deve suonare.

 

Le frecce all'arco di questa nuova cornelliana incarnazione sono, come s'è detto, parecchie; tuttavia, l'album finisce più e più volte per incepparsi clamorosamente: con il suo testo favoleggiante e i suoi falsetti, che avrebbero imbarazzato anche i più lacrimevoli interpreti del cantautorato sessantiano, "Only These Words" si candida come la canzone più imbarazzante di un'intera discografia; la conclusiva "Our Time In The Universe" è una sconclusionata accozzaglia di coretti sguaiati e basi danzerecce, e anche la stessa title track viaggia su binari d'assoluta inoffensività, pur essendo parzialmente salvata da una dignitosa coda rock-oriented. "Higher Truth", in definitiva, è un disco che non rivoluziona di certo una carriera, ma che riesce (e non è facile, considerato il calibro dei brani cui Cornell ha prestato voce) a puntellarla con elementi di valore assoluto, con originali reinterpretazioni di un estro cantautoriale che ha pochi pari; un'opera altalenante e ricca di defaillances, ma pur sempre una valida vetrina per una voce senza eguali, capace ancora oggi di sbalordire come se tornassimo indietro agli anni '80, per sentirla per la prima volta.





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