Bruce Springsteen
High Hopes

2014, Columbia Records
Rock

Bruce Springsteen torna con un nuovo disco e un ospite d'eccezione: Tom Morello.
Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 04/01/14

Ci vuole calma e sangue freddo, cantava una canzone italiana anni fa. Soprattutto quando si parla di Bruce Springsteen. Da anni ormai, ad ogni uscita discografica del Boss, non perdo occasione di farmi una bella chiacchierata con un amico di vecchia data; uno springsteeniano di ferro, di quelli ben introdotti, testimone di oltre cento suoi concerti in giro per il mondo. Per lui il Boss è più di una filosofia, è un vero e proprio mantra.  Di solito non è uno che va per il sottile, e anche per l’uscita di “High Hopes” non le ha mandate a dire: “dopotutto, perché chiamarlo disco nuovo ? Con sei canzoni già conosciute (di cui due cover), e le altre riesumate da album non fantastici, insomma, non riesce a fare dodici canzoni nuove da mettere in un disco.....certo che se esce un album ogni anno!  Non si dovrebbe spremere così, se esce il disco bene, ma non uscire ogni sei mesi, giusto per far uscire qualcosa per giustificare un tour, tanto dopo le prime quattro date finisce per suonare i pezzi vecchi, dimenticandosi del nuovo”. Di solito in questi casi finisco per vestire i panni del giustificazionista, dopotutto Springsteen è sempre Springsteen e alla sua età gli si può perdonare davvero tutto, anche dischi nella media. Nel caso di “High Hopes”, perché fermarsi all’apparenza? La tradizione è piena di dischi eccellenti fatti da outtakes o cover più o meno celebri. L’esercizio di sfregarsi le dita prima di mettere mano alla tastiera, rimuginando su passato, presente e futuro di una leggenda vivente, in questi casi è un inutile prendere tempo, tanto vale andare subito a fondo.
 
La title-track, cover di un pezzo degli Havelinas già presente sull’EP “Blood Brothers” del ‘95 e rispolverata durante il “Wrecking Ball Tour”, è un pezzo nonostante tutto ben ricostruito; non altrettanto si può dire della successiva “Harry’s Place” che suona più che altro come un fastidioso intermezzo fra l’inizio del disco e tutto il resto; la E Street Band c’è ma non si sente, forse Springsteen è stanco, la band è stanca, e l’assenza dei due grandi amici (Clarence Clemons e Danny Federici) è troppo grande per poter essere colmata dall'intesa con Tom Morello. “Down In The Hole” è la versione 3.0 di “I’m On Fire”, il resto sono pezzi che facciamo fatica persino a citare, da quanto sono anonimi. “American Skin” e “Ghost of Tom Joad” potrebbero essere effettivamente tra i pezzi migliori mai scritti dal Boss, e concordiamo con lui sul fatto che meritassero una registrazione con tutti i crismi del caso; se la prima resta un brano toccante, la seconda, che vede Tom Morello anche in veste di guest vocalist, prende la forma di una ballata elettrica alla Neil Young che nulla ha da spartire con il sofferto intimismo dell’originale. L’altra cover,“Dream Baby Dream” senza le immagini che l’hanno accompagnata su Youtube perde buona parte del suo fascino, ebbene sì, Springsteen nel 2014 è anche questo. “High Hopes” è un divertissement fatto probabilmente per cementare il sodalizio con Tom Morello, un talento che non ci sentiamo certo di mettere in discussione.  La coda di “Heaven’s Wall”, il solo di “The Ghost Of Tom Joad”, il synth di “Harry’s Place”, stridono e non poco con un sound che il Boss sta cercando di arricchire un po’ a casaccio, come dimostrano certi arrangiamenti presi e messi lì.
 
Prima di scrivere ho ascoltato “High Hopes” fino alla noia, fino al momento in cui ci è parso chiaro quanto fosse inutile perseverare con questa forma di autosupplizio. Alla soglia dei sessantacinque anni, consapevole di non dover rendere più conto a nessuno, il Boss si limita a fare quello che gli passa per la testa con la generosità che lo contraddistingue. Continueremo a seguirlo e ad amarlo, nonostante “High Hopes”. Dopotutto chi siamo noi, per fare le pulci a Springsteen?




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