Bruce Dickinson
The Chemical Wedding

1998, Sanctuary
Metal

Recensione di Marta Scamozzi - Pubblicata in data: 03/04/17

"King in Crimson è un termine alchemico. Il re cremisi è una metafora per il Diavolo o per Satana, ma allo stesso tempo è anche una metafora per uno degli stadi della purificazione dell'uomo e la purificazione dell'anima dell'umanità attraverso l'unione con Dio e con l'infinito, che è uno degli scopi filosofici degli alchimisti." [Bruce Dickinson]

 

Ogni essere umano, ogni genio, ogni superuomo, raggiunge la sua piena realizzazione passando attraverso momenti di crisi plasmati dai fantasmi del proprio passato. Il Bruce Dickinson che negli Iron Maiden veste la parte dell'eroe invincibile, negli album solisti fa i conti con il lato più umano, mettendo a nudo debolezze, paure e speranze. Mentre "Accident Of Birth" era un crudo scontro con una realtà infestata da scheletri, "The Chemical Wedding" rappresenta un passo avanti verso quell'innocente immaginazione che salva, la stessa che ha reso gli Iron Maiden la band mirabolante che tutti amano alla follia.

 

L'album è un concept che ruota intorno alle opere di William Blake. Oscura e schietta, terrificante e dolce, la letteratura di Blake è ricca di significati diversi e ammette decine di interpretazioni, tutte plausibili, tutte più chiare se le si legge con gli occhi di un bambino. "The Chemical Wedding" segue la stessa linea: leggermente meno eclettico musicalmente rispetto ad "Accident Of Birth", l'album è abbastanza semplice da risultare piacevole al primo ascolto. Chitarre incupite disegnano le melodie principali che spesso accompagnano una voce lontana, ricca di riverbero.

 

"King In Crimson" introduce l'album con una nota di sarcasmo pungente e disilluso. Segue la title track, un perverso inno all'occulto di Aleister Crowley disegnato da suoni sfumati ma incisivi. L'amore, raccontato con amara tenerezza negli album precedenti, viene soppiantato dal crollo delle certezze descritto dall'immediato riff di "The Tower". "Killing Floor", resa mistica e confusa dai tempi disparati del pre-chorus, è il racconto schietto ma vago di un incubo ad occhi aperti. "Book Of Thel" apre la seconda parte dell'album; quella più cupa e difficilmente interpretabile, dominata da sonorità lugubri e distanti. Il giro disegnato dalle note singole dell'intro anticipano una parte vocale chiara ed arrabbiata, interrotta da un intermezzo strumentale sovrastato da un coinvolgente e maestoso coro. Segue l'incredibile arpeggio di "Gates Of Urizen", uno dei pezzi migliori dell'album, dominato da una malinconica irrisolutezza. Il registro austero si alleggerisce con le prime, flebili note di "Jerusalem", uno dei capolavori assoluti di Bruce Dickinson solista. "Trumpets Of Jericho" e "Machine Man" sono caratterizzate da un ritornello piatto che le rende invisibili tra i colossi da cui sono circondate. La chiusura è lasciata all'imponente "The Alchemist" che completa il cerchio aperto dalla title track richiamandone il ritornello. Severa, risoluta, decisa, essa esprime appieno la profonda disillusione che domina l'intero lavoro: si prende coscienza di una realtà complicata dai preconcetti e si individua come unica via di fuga una puerile immaginazione.

 

"Don't try and blame me for your sins / for the sun has burned me black / Your hollow lives, this world in which we live / I throw it back / Don't try and blame me for your games /Your games are death / My world is light, the angels fill my eyes / With every breath" 

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"Non provare a incolparmi per i tuoi peccati / perché il sole mi ha già bruciato / Le vostre vite vuote, questo mondo in cui viviamo / lo respingo / Non provare a incolpare me per i tuoi giochetti / I tuoi giochi sono la morte / il mio mondo è luce, gli angeli riempiono i miei occhi / ad ogni respiro".





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