Big Wreck
Ghosts

2014, Anthem
Rock

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 31/07/14

Storia confusa quella dei Big Wreck: formatisi in Canada una quindicina di anni fa come giovane band post-grunge (ma dalle spiccate tinte pop-rock, tra le altre cose) ci misero ben poco a mandarsi a quel paese per dissidi interni; mentre gli altri si dispersero, fu il vocalist Ian Thornley ad accerchiarsi di strumentisti per formare un nuovo gruppo dal sound praticamente immutato (i Thornley, per l'appunto) che ebbe in patria un discreto successo, grazie anche all'interesse di Chad Kroeger che li volle sotto l'ala protettiva della ua etichetta. Nel 2011, dieci anni dopo lo smantellamento della formazione originaria, il nuovo collettivo riaccoglie il chitarrista Brian Doherty e smette di adottare il nome del suo leader, riabbracciando dunque il moniker scelto in partenza.

 

"Ghosts" arriva come secondo album dei redivivi Big Wreck, e giunge a due anni dal buono (ma spesso fin troppo soffice) "Albatross". Rispetto al passato, la band pare prendere con decisione le distanze dal rock più mellifluo e radio-oriented (niente "Make Believe", per esempio) incanalando spesso il proprio sound sui solchi lasciati da ruvidissime chitarrone pescate dritte dagli anni '90: l'opener "A Place To Call Home", tra effettistiche da stadio che riverberano le voci, mette in mostra una rassegna di bordate chitarristiche dall'intimidatoria rumorosità, mentre il secondo singolo "Come What May" è una gustosa alternanza di versi cadenzati dal palm muting e ritornelli martoriati dall'overdrive e da una batteria devastante; la particolare "Hey Mama", inarrestabile successione di acustiche, banjo e vocals urlatissime, potrebbe benissimo far parte -e senza sfigurare più di tanto- della discografia dei Soundgarden (si nota presto anche come Thornley raggiunga una potenza vocale degna di un Chrs Cornell dei tempi di un "Down On The Upside" o dei primissimi Audioslave).

 

Non solo grunge, però: si cominciano a far sentire, sparpagliati come azzeccate aggiunzioni alla formula, inediti tocchi prog, tra i quali spicca il lunghissimo e gilmouriano assolo della title track (scandita, tra l'altro, da un incredibile giro di basso funk). E l'indole melodica della band torna comunque a farsi sentire: soprattutto in chiusura, con il crescendo emozionale da lacrime agli occhi di "War Baby", ma anche in svariati brani della parte centrale del disco, da "My Life" a "Diamonds". Saranno proprio questi ultimi momenti ad annacquare, rendendolo un po' troppo lungo, un concentrato di adrenalina altrimenti senza pari; ma, pur non rimanendo nella sua totalità una bomba di granitico hard rock, "Ghosts" contiene abbastanza energia per rivitalizzare chi all'alternative attuale rimprovera una certa parsimonia nel far raschiare le chitarre, e al tempo stesso un numero di nuove idee tale da non essere una semplice copia carbone di un roboante passato.





01. A Place To Call Home

02. I Digress

03. Ghosts

04. My Life

05. Hey Mama

06. Diamonds

07. Friends

08. Still Here

09. Off And Running

10. Break

11. Come What May

12. War Baby

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