Audioslave
Audioslave

2002, Epic
Hard Rock

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 19/05/14

Non c'erano YouTube o VEVO o altre analoghe diavolerie, nel lontano 2002; non c'era la possibilità di potersi gustare qualsiasi video musicale dovendo sopportare lo sbattimento di fare un paio di click e d'aspettare cinque secondi di advertisement. Erano i tempi di "Pure Morning" e di programmi simili, quando su MTV non giravano sedicenni incinte o truzze della East Coast ma video musicali in rotazione continua, e ci si piantava davanti alla tv pronti ad esultare come novelli Tardelli all'arrivo della propria clip preferita.

 

Nel 2002, in autunno, in mezzo a tante sculettanti pop star capitava spesso un video meravigliosamente e totalmente fuori luogo: quattro tamarri balzavano su un ascensore, raggiungevano la sommità di un non meglio identficato edificio e, senza un vero perché, cominciavano a fare i massicci sotto un tripudio di fuochi d'artificio da far impallidire il capodanno all'Opera House di Sidney. Si scopriva poi che il tamarro capo, quello con la giacchettina di pelle e con le punte dei capelli tinte di biondo, altri non era se non Chris Cornell, dedito a gettare i fan nella confusione più totale dopo aver smantellato i Soundgarden e aver cominciato una carriera solista dai toni mollissimi, e che gli altri tre che li circondavano erano Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk, quelli che avevano collezionato sold-out stratosferici e arresti in egual misura con il comunismo militante in salsa nu-metal dei Rage Against The Machine. Il supergruppo si chiamava Audioslave, il singolo suonato sul tetto aveva il nome di un capo indiano: "Cochise". E senza alcun dubbio, malgrado il tripudio di randomness finora descritto, era un pezzo che faceva il suo dovere: semplicemente, spaccava.

 

Erano un supergruppo nel vero senso della parola, gli Audioslave: pompatissimi e hollywoodiani, dalle compresenti predisposizioni al lentissimo da malinconico addio sotto la pioggia, e al bombardamento di riff guerreschi da novelli AC/DC. Una sezione ritmica sempre sul pezzo e tremendamente efficace nel suo essere elementare (con il finger picking di un tono più basso di Commerford ad avvolgere come un cupo e minaccioso manto battute su battute), un guitar work agevolmente saltellante da una psichedelia dai tratti funky (la coinvolgente "Hypnotize") all'hard rock amarcord (la convincente "Gasoline", l'ancora più cattiva "Exploder") per arrivare addirittura a piccole divagazioni dalle tinte blues (la morbida "Getaway Car").

 

Il guaio dell'intero progetto (che verrà addirittura acuito nei successivi album) è forse una confidenza eccessiva nei propri mezzi, unita a una non completa identificazione in un sound che, essendo pressoché a metà strada tra le due band da cui i membri traggono le loro origini, resta per tutti ugualmente distante. Una certa svogliatezza e mancanza di nerbo funesta così soprattutto le parti vocali dei brani più morbidi, impedendo così a pezzi potenzialmente splendidi di prendere del tutto il volo: "Like A Stone" a distanza d'anni si rivela più lagnosa di quanto sembrasse ai tempi, "Bring 'em Back Alive" annega le sue minacce in imbarazzanti semi-falsetti; ed è immediato il paragone con l'autentica gemma "The Last Remaining Light", più avanti nella tracklist, dove Cornell sfodera una prestazione veramente da brividi. Morello, poi, costretto forse per obbligo contrattuale a inserire a forza un assolo in ogni pezzo, sembra dimenticare a volte che quella fra le sue mani è una chitarra e non un elicottero o un modem a 56kb/s: da galera le plettrate a vuoto e i fischi sull'altrimenti perfetta "Shadow On The Sun" (e se soltanto si pensa all'impeccabile assolo della versione demo, quando la band si faceva ancora chiamare The Civilian Project...).

 

"Audioslave" rimane così una raccolta pesantemente disomogenea di pezzi esaltanti e di altri del tutto insipidi, di genialate alle sei corde e di scratch insensati, di acuti strabilianti e di inascoltabili mugugni. Un matrimonio, benché riuscito a metà, comunque interessante e meritevole di qualche ascolto. Non foss'altro che per l'ordinato elenco di tutti i punti di forza e di tutte le debolezze che portarono alla gloria e poi condussero inesorabilmente al declino due delle più grandi realtà degli anni '90. E perché lo ribadiamo: "Cochise", così come l'altro singolo "Show Me How To Live", spaccava. E spacca ancora oggi.





01. Cochise
02. Show Me How To Live
03. Gasoline
04. What You Are
05. Like A Stone
06. Set It Off
07. Shadow On Te Sun
08. I Am The Highway
09. Exploder
10. Hypnotize
11. Bring Em Back Alive
12. Light My Way
13. Getaway Car
14. The Last Remaining Light

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