Anathema
Distant Satellites

2014, Kscope Music
Alternative Rock

Chiamale, se vuoi, emozioni...
Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 06/06/14

A fare centro pieno gli Anathema sembrano davvero averci preso gusto, e lo fanno con una tale regolarità che la cosa ormai non fa neanche più notizia. Per conoscere il segreto di tanta ispirazione è necessario fare un passo indietro, a quei sette anni di silenzio quasi assoluto che separano “A Natural Disaster” (2003) da “We’re Here…” (2010); un arco di tempo sin troppo lungo che sarebbe stato letale per qualsiasi altra band, ma non per gli Anathema. Un periodo in cui i cinque di Liverpool hanno di fatto raggiunto la definitiva consapevolezza nei propri mezzi, da lì sfociata in una sequenza di dischi concepiti alla massima potenza. A due anni dall’acclamato “Weather Systems” l’ordine di scuderia non è affatto cambiato: sono ancora la capacità di emozionare e la voglia di sperimentare a guidare la band, è bastato ancora una volta lasciar correre l’ispirazione e farle prendere il sopravvento su qualsiasi possibile pianificazione.
 
Non deve spaventare il fatto che “Distant Satellites” trovi nel passato la sua ragione di essere, l’elettronica, la presenza ormai imprescindibile di Lee Douglas, i brani divisi in più parti, elementi che per qualcuno potrebbero anche rappresentare un motivo di noia. La band gioca il primo tempo del disco seguendo uno schema consolidato fatto di ballate intense e sofferte, pronte a impennarsi in un continuo crescendo emotivo. Di questa prima parte “The Lost Song” costituisce il pilastro uno e trino, l’ennesima favola di brividi elettroacustici ad alta intensità. E’ tuttavia la seconda parte a caratterizzarsi per i contenuti sperimentali, e anche qui niente di nuovo se vogliamo, ma mentre nei lavori precedenti la band sembrava arrivare a fine partita col fiato corto, su “Distant Satellites” gli Anathema metabolizzano la lezione del passato, allargando finalmente i confini della loro musica. Smussati certi toni esageramente tragici, la componente elettronica diventa spina dorsale di tracce come “You’re Not Alone”, “Take Shelter” e in particolare la title track, forse l’incursione più decisa della band in territori ambient. Ad un ascolto più attento, gli arrangiamenti suonano persino meno carichi e tronfi del solito, a favore di una veste complessiva più sobria e per certi versi intimista.
 
Cantautori o musicisti d’avanguardia, sperimentatori o tradizionali cantori delle sensazioni più fragile dell’animo umano, gli Anathema continuano a regalare musica dal forte impatto emozionale, a prescindere dal vestito che decidano di indossare. Persino la scelta di intitolare una canzone al gruppo per una volta non assume toni autocelebrativi, ma quelli di un’autentica messa a nudo con un testo fra i più personali mai scritti dalla band, l’ennesima presa di coscienza di sé, la raggiunta maturità. In attesa di sapere verso quali altri mondi siano diretti, godiamoci l'ennesima prova di forza di una band fuori dagli schemi, capace di emozionare in misura maggiore a dispetto degli anni che passano.




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