Whitesnake
Slide It In

1984, Geffen
Hard Rock

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 27/10/14

E’ pressochè impossibile ripercorrere l’ascesa di una band senza soffermarsi sulle tappe che ne costituiscono i punti di svolta; "Slide It In" degli Whitesnake è senz'altro uno di questi e a oltre trent’anni dalla sua uscita è un disco ancora decisivo e chiacchierato, lo spartiacque di una carriera in cui tutte le declinazioni dell’hard rock, dai Led Zeppelin ai Deep Purple, dal blues all’AOR, si incrociano con tempismo e perfezione. Altrettanto difficile tentare di ricostruire il valzer di avvicendamenti in line up: dopo l’uscita del controverso “Saints And Sinners” infatti le fratture interne alla band divennero via via sempre più evidenti e al suo interno succede praticamente di tutto, si persero per strada pezzi importanti come Ian Paice e Bernie Madsen, mentre artisti del calibro di John Sykes, Mel Galley, Colin Hodgkinson e Neil Murray si daranno il cambio nel giro di breve tempo. Con una formazione rivoluzionata nei suoi 2/3, Coverdale può plasmare il sound della band a suo gradimento e puntare la prua verso il Nuovo Continente.

Il valzer dei nomi di cui sopra potrebbe ricordare un giro di ruota attorno a dieci brani capolavoro, piuttosto che ordinari avvicendamenti di line up, ma spogliato da qualsiasi tentativo di analisi, “Slide It In” resta ancora oggi il ritratto di una band che scoppia di salute, in rapido transito dall' hard blues degli esordi al rock americano, e non è un caso che la band abbia poi deciso, su pressione della casa discografica, di remixare il disco a due anni dall’uscita in una versione più appetibile per il mercato a stelle e strisce. Le caratteristiche della nuova versione anticipano i mutamenti in atto all’interno della band: chitarre ben in evidenza, svecchiate dall’innesto di John Sykes (ex Thin Lizzy e Tygers Of Pan Tang), tastiere in secondo piano con un John Lord ormai prossimo all’uscita, ma soprattutto un sound frizzante ed energico che niente ha da spartire con la prima, imbolsita edizione. “Slide It In” è il brano simbolo del disco e funge da punto d’appoggio per “Hungry For Love” e “Give Me One More Time”;  “Love Ain’t No Stranger” rappresenta la prima incursione nei territori AOR, mentre “Slow n’Easy” è un incalzante hard blues da immolare per gli airplaying a venire. Se poi “Standing In The Shadow” rappresenta il tentativo di bissare l’exploit di “Don’t Break My Heart Again”, c’è sempre spazio per una frizzante “Guilty Of Love” , ulteriore tentativo di capolino nel patinato mondo del rock radio oriented.

Quella del remix si rivelerà alla fine una scelta felice, al pari delle future intuizioni di Mr. Coverdale, mai tanto spregiudicato nel perorare la causa della sua band. “Slide It In” è un disco di transizione che grazie a una saggia operazione di marketing, ebbene sì, ne esce del tutto rivalutato. Una volta tanto, il business non viene per nuocere.




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