Saxon
Wheels Of Steel

1980, EMI
Heavy Metal

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 01/12/14

Scorrendo le recensioni a loro dedicate su SpazioRock emerge un dato di fatto, che il recente passato dei Saxon sia una sequenza di dischi poco più che mediocri; c’è stata tuttavia un’epoca, ormai lontana per la verità, in cui la band inglese dettava legge sia in termini commerciali che artistici. Siamo all’inizio degli anni Ottanta e nel primo anno del decennio vedono la luce “British Steel”, “Iron Maiden”, “AngelWitch”, “Heaven And Hell”, “Ace Of Spades”, capolavori che segneranno un’epoca e che rappresenteranno ciascuno a suo modo un pilastro dell’heavy metal propriamente inteso. Fra le uscite da ricordare di quel fatidico 1980 c’è anche il secondo disco di una giovane band appartenente al movimento della New Wave Of British Heavy Metal che dopo un debut discreto ma acerbo, darà alla luce il primo elemento di una triade spettacolare completata da “Strong Arm Of The Law” e “Denim And Leather”.

Tradizione vuole che i dischi storici vengano concepiti in contesti dove l’ispirazione prende il sopravvento su tutto il resto. Per i Saxon è andata esattamente così, trovatisi nel cuore del Galles alle prese con la neve, il freddo e la desolazione delle brughiere, la band si concentra sul proprio obiettivo andando ben oltre le attese al punto che persino “Sounds”, allora rivista di riferimento per gli amanti del rock, darà a “Wheels Of Steel” il massimo dei voti attraverso la penna dell’illustre Geoff Barton; “sapevamo di aver fatto un gran disco", dice Byff, “ma non così bello”. Impossibile trattare “Wheels Of Steel” senza citare i suoi brani più rappresentativi: “Motorcycle Man” e “Strangers In The Night” sono per motivi differenti i due brani simbolo del disco, irruenta e scanzonata la prima (“il testo non significa nulla”), melodica e splendidamente strutturata la seconda, e figurano ancora oggi in qualsiasi compilation di rock duro messe su alla bella e buona. Forse non è esatto parlare di heavy metal, il groove della title track è lo stesso degli AC/DC e quello di “Freeway Mad” ha il sapore del rock n’roll, ma quando la band spinge a tutto gas su pezzi come “Machine Gun”, “See The Light Shining” (dal riff che verrà rubato dai Motley Crue per “Wild Side”) e “Street Fighting Gang” esplode la forza d’urto tipica del metal classico. Byff Byford mostra subito quello che sarà uno dei suoi punti di forza da frontman, scrivere testi interessanti e colti senza assumere atteggiamenti da rampolli; la struggente dedica all’amica malata “Suzie Hold On”, la guerra, la straniante situazione di un atterraggio col blackout, la strada con le sue regole e le sue sensazioni, Byff è un uomo dalla fervida immaginazione e non mancherà di mostrarlo per tutta la sua carriera.

“Wheels Of Steel” ha un suono fottutamente britannico, che gracchia come un demo e che profuma di cantine, perché quella era una generazione che da lì veniva e non c’era bisogno di chissà quali effetti speciali, delle spennellate teutoniche in console (e chi vuol capire…) perché un disco uscisse con prepotenza dalle casse. In pochi anni l’Inghilterra intera finì prostrata ai piedi dei suoi figli poveri, eredi della working class che aveva contribuito a fare il paese e che cercava una ragione per sopravvivere. Per Byff la musica era “un modo per evitare di fare la fila per il sussidio di disoccupazione”, il paese era in declino e intere aree del Nord del paese erano state smantellate; esisteva solo la musica e molti vi si aggrapparono come un mantra. Anche per questo i nove brani che compongono “Wheels Of Steel” rinnovano tutto il loro fascino a trentacinque anni di distanza e portandosi dietro il gusto della leggenda. A suo modo, lo specchio di un'epoca.




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