Whitesnake
The Purple Album

2015, Frontiers
Hard Rock

Il Serpente Bianco si colora di Porpora e non smette di mordere
Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 15/05/15

Tributo, divertissement, disco di cover, restyling. Comunque lo vogliate chiamare è difficile cogliere lo spirito con cui David Coverdale ha deciso di dare alle stampe assieme ai suoi Whitesnake "The Purple Album". Lo storico singer non si è certo risparmiato per spiegare le ragioni di un disco pubblicato un po’ a sorpresa dopo le ultime release targate Serpente Bianco. "Good To Be Bad" e "Forevermore" erano stati il segno tangibile di una rinnovata vitalità e di un’ispirazione figlia degli anni migliori, lasciando presagire una serena vecchiaia per questa storica band.

La fredda cronaca ci dice che "The Purple Album" contiene i pezzi più rappresentativi dei Deep Purple targati Mark III, opportunamente rivisitati secondo lo stile degli Whitesnake. La pietra miliare "Burn", il fascino ibrido di "Stormbringer", il funambolico "Come Taste The Band", rappresentano autentiche pietre miliari per ogni rocker che si rispetti, tre sigilli magistralmente scolpiti da sei (non dimentichiamo Tommy Bolin) geniali musicisti a colpi di hard rock, blues, funky. E questo è un fatto. Oltre al singer il denominatore comune fra i due mondi è l'hard blues e non è un caso che la selezione dei brani si sposi tutto sommato abbastanza bene con le sonorità del serpente bianco. Le calde tinte US con cui Coverdale ripassa i suoi brani, evidenziate dall'armonica di "You Fool No One" e la slide acustica di "Might Just Take Your Life" per esempio, non snaturano né l’impianto né il mood dei pezzi, Coverdale può permettersi persino di strappare "Holy Man" a Glenn Hughes trasformandola in un bel brano dal sapore country/AOR. Capita che nel frullatore porpora degli odierni Whitesnake "Sail Away" prenda le sembianze di una suggestiva ballad acustica, ma è sui pezzi da novanta che il gioco si fa sfidante: "Mistreated", "Burn", "You Keep On Moving" sono i brani che escono meno stravolti da questa operazione di restyling e forse per questo anche i migliori. D’accordo, la voce non è quella di quarant'anni fa ma questo non fa una piega, e dopotutto lo scopo non era certo competere con le versioni originali: se l’obiettivo era che "Burn" non perdesse un briciolo della carica tellurica con cui ha fatto cantare generazioni di rockers, così come “Soldier Of Fortune” stuzzicasse invece il loro lato malinconico, allora ci troviamo davanti all’ennesimo centro.

Un ascolto piacevole di cui sfugge tuttavia logica di fondo: era davvero necessario?  Il tour del prossimo autunno costituirà il banco di prova per i nuovissimi innesti di Joel Hoekstra e Michele Luppi. Quelli della Mark III restano comunque i pezzi di Coverdale (e di Glenn Hughes) ed è del tutto naturale che lui stesso rivendichi il diritto di plasmarli e coccolarli, alla stregua di amatissimi figli.




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