Slipknot
Iowa

2001, Roadrunner Records
Nu Metal

Una grande riconferma per i novi mascherati
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 01/08/14

"Here we go again, motherfucker!"

 

All’alba del 2001 gli Slipknot erano diventati qualcosa di più di una band in grado di scalzare i concorrenti del panorama nu metal, con milioni di copie vendute e tour mondiali trionfali in ogni dove, i nove mascherati erano diventati un fenomeno di costume. Il debutto, l’omonimo “Slipknot” del 1999 (al solito non contiamo “Mate. Feed. Kill. Repeat.”), aveva segnato decisamente il periodo storico sia dal punto di vista musicale che prettamente mediatico, catapultando i nostri su ogni copertina di settore (e non) ben presto, partendo ovviamente prima negli Stati Uniti per poi diffondersi a mo’ di pandemia anche nel Vecchio Continente e oltre. Curioso ricordare, da un ormai lontano viaggio a New York nel 2000, quando bastava entrare persino in un mini-market per incappare in questi novi figuri, perennemente in primo piano, dividersi gli onori della ribalda con Fred Durst dei Limp Bizkit, personaggio già all’apice, e considerare il rispettivo peso artistico e mediatico al giorno d’oggi.


A conti fatti, i prodromi del differente destino degli Slipknot, ben più roseo, longevo oltre che dignitoso del collega, si potevano benissimo individuare nel secondo attesissimo album, “Iowa”. Uscito in piena “Slipknot Italia mania”, era infatti possibile vederli con sorprendente regolarità su Tmc2 (o sentirli citati nel celebre “Roxy Bar” di Red Ronnie), il nuovo capitolo non poteva avere un terreno più fertile su cui affondare le proprie radici. Non stupisce quindi il grandissimo successo del disco, merito congiunto di fattori sia musicali (soprattutto) quanto coreografici. In “Iowa” assitiamo infatti a una bella evoluzione dell’impianto sonoro, non così smaccata da destare preoccupazione nella marea di maggots sempre crescente, ma chiaramente avvertibile. Probabilmente all’insaputa di tanti ascoltatori abituali degli Slipknot, in “Iowa” c’è molto heavy “classico” (ovvero non nu), molto più di quanto si potesse immaginare in partenza, segnando quindi la cifra stilistica della band, capaci di aver immediatamente intuito che lo stile “grezzo”, rappato, splendidamente “caotico” del debuto avrebbe avuto le gambe corte.

Un cambio avvertibile da una rinnovata importanza data alle chitarre, enfatizzate da una produzione a dir poco abrasiva del guru Ross Robinson, divenute assolute protagoniste, a scapito di tutta la batteria di percussioni “collaterali” che avevano caratterizzato “Slipknot” (il grande lavoro di Joey Jordison basta e avanza in questo senso). Sampling, looping e scratchate sono state riposte in secondo piano, seppur presenti, configurando un album molto più duro, metallico, spigoloso del predecessore, in cui non mancano riferimenti a riffing death metal, influenze slayeriane (citate come fonti dai nostri in tempi non sospetti) oltre che ispirazioni derivate direttamente da “Roots” dei Sepultura (pietra miliare di interconnesione tra mondo old-nu metal). Una tracklist solida in cui non mancano i classici brani macigno (su tutti “People = Shit”), fangenti più cari al retagio elettronico dei nostri e singoli in grado di ricevere l’eredità di “Wait and Bleed”, stiamo parlando di quella “Left Behind” che destò scalpore all’epoca per la quantità di melodia e per il cantato quasi pulito di Corey Taylor, elementi che avrebbero trovato sempre più spazio in futuro.

Un irrobustimento del suono (oltre che un affinamento del songwriting) a cui è seguito un doveroso aggiustamento visivo, con un nuovo armamentario scenico live, nuove tute e maschere (simili alle vecchie ma più “dure” e inquietanti), e un alone pseudo satanico, col caprone in copertina, prontamente e più volte smentito dai nostri… Ma si sa, l’immagine è tutto, soprattutto per musicisti di cui, all’epoca, non si conosceva quasi nulla, a differenza di oggi in cui volto, nome, vita e codice fiscale di ognuno è materiale di pubblico dominio. Molto bello anche l’artwork e la fattura del libretto, costituito da una sorta di carta velina traslucida rifinito in ogni centimentro quadrato. Insomma, dopo un lavoro all’insegna della genuinità, la macchina Slipknot aveva cominciato a mancinare dollaroni e gli effetti si sono sentiti in ogni livello della band.

“Iowa”, che per i pochi che non lo sapessero ancora è lo stato di origine dei nove (“515” non è che il prefisso telefonico), sicuramente ebbe meno presa sul pubblico (anche se commercialmente fu un successo clamoroso), con un impatto meno devastante, non certo per demeriti propri, ma perchè gli Slipknot erano ormai una realtà affermata che aveva già un minimo “assuafatto” il pubblico e il fatto di avere una formazione a nove membri era diventata quasi normale. Probabilmente l’ultimo album degli Slipknot “prima maniera”, eccessivi e sopra le righe, prima di incanalarsi in un percorso sì redditizio ma certamente meno appagante per chi li ha ascoltati quasi dal giorno zero.





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