Scorpions
Tokyo Tapes

1979, EMI Records
Hard Rock

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 12/01/15

Negli anni ’70 la pubblicazione di un live aveva tutta una serie di significati che oggigiorno, con l’avvento massivo di tecnologia e social network, potrebbero apparire anacronistici: immortalare la dimensione live voleva dire consegnare alla storia la magia e la capacità espressiva di un musicista e di tutto quanto non era possibile raccontare in studio, la vera cartina tornasole per misurare il talento di un artista. Vi erano poi altri fattori in un certo senso simbolici, con i live si chiudeva un’era o un ciclo di vita di una band, ed era un buon pretesto per vedere riuniti in un unico supporto i momenti più significativi di un repertorio, amplificati dall’adrenalina che caratterizza le esibizioni on stage.

“Tokyo Tapes” degli Scorpions è senz’altro da annoverare nella categoria dei grandi live che hanno fatto la storia, figli di un’epoca in cui il concerto assumeva i contorni di un vero e proprio rito collettivo: “Made In Japan”, “On Stage”, “No Sleep ‘Til Hammersmith”, “Live & Dangerous”, “Alive!” sono solo i primi titoli che ci vengono in mente in tema di rock duro e che hanno fotografato, ciascuno con i suoi pregi e difetti, la grandezza delle bands che li hanno partoriti. Il titolo prosegue il filone aperto con lo storico “Made In Japan” dai Deep Purple dei grandi live registrati in terra d’Oriente. Come avviene soltanto alle rock band, il calore con cui nella primavera del ’78 la band di Hannover viene accolta nel paese del Sol Levante ha pochi eguali e sarà una costante per intere generazioni di bands dedite al rock duro. “Tokyo Tapes” racchiude il meglio delle due esibizioni tenute in quell’anno nella capitale nipponica da Klaus Meine  e soci, senz’altro la prima in ordine di tempo a rompere l’egemonia angloamericana (almeno in ambito hard rock). Un live che sintetizza quello che è da molti ritenuto il periodo più “artistico” della loro carriera: lavori come “In Trance”, “Fly To Rainbow” e “Taken By Force” pur avendo i caratteri del sound che avrebbe reso famosi gli Scorpions in tutto il mondo, si caratterizzano per una vena a tratti sperimentale e legata a doppio filo agli anni Sessanta. L’onda lunga della psichedelia arrivava a lambire tracce come “Fly To Rainbow”, “In Search Of Peace Of Mind” e non mancavano certo gli anthem quali “He’s A Woman, She’s A Man” (dedicata al fenomeno glam), “Robot Man” (cui Steve Harris si è palesemente ispirato per “Sanctuary”, anche se il suo orgoglio albionico non glielo farà mai ammettere), “Pictured Life” e sopratutto “We’ll Burn The Sky”, perfetto ponte fra l’anima onirica e quella sfacciatamente rock n’roll. Ma “Tokyo Tapes” non è solo una didascalica sequenza di hits, lo spazio dedicato alle cover di “Hound Dog” e “Long Tall Sally” ci ricorda che un concerto è anche  soprattutto una festa, e con qualche anno di anticipo sui Queen di “Live In Budapest”, la band tributa il paese ospitante con la tradizionale “Kojo No Tsuki”, potente collante collettivo di un disco che pur non essendo la fedele trasposizione di un unico concerto, trasmette calore e adrenalina in quantità industriali.

Quella di“Tokyo Tapes” sarà l’ultima esibizione del chitarrista Uli John Roth, da lì arriverà Matthias Jabs e saranno gli Scorpions di “Lovedrive”, “Blackout” e “Love At First Sting”, sequenze interminabili di hits con una spiccata tendenza al refrain accattivante, milioni di copie vendute e un nome conosciuto in tutto il mondo. Ma è già con questo live che la band di Hannover raggiunge lo status di leggenda, ascoltare per credere. 




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