Ritchie Blackmore's Rainbow
Stranger In Us All

1995, RCA Records
Hard Rock

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 23/09/14

Erano da poco iniziati i Novanta, ma in casa Deep Purple la musica era la stessa dei decenni passati: nel mezzo del tour di “The Battle Rages On”, fra una discussione e l’altra con Ian Gillan, Blackmore riesce dal niente a spuntare un contratto da solista con l'etichetta BMG; l’occasione si sa, fa l’uomo ladro e il chitarrista fiuta l’opportunità di recidere in modo definitivo il cordone che lo teneva stancamente attaccato ai Deep Purple. Fu l’etichetta stessa a suggerirgli di rispolverare il glorioso monicker degli esordi, con quel genitivo sassone che richiamava direttamente il debutto omonimo. Di vera e propria reunion non si trattò, al posto degli ex membri infatti il nostro amato chitarrista reclutò quattro semisconosciuti: il batterista John O’Reilly (poi sostituito da Chuck Burgi per il tour, quest’ultimo già ex Rainbow negli anni ‘80), il tastierista Paul Morris, Doug Smith al basso e l’ex Praying Mantis Doogie White. Il nome del talentuoso singer girava fra gli addetti ai lavori da un po’, oltre che per i trascorsi con i fratelli Troy, anche per essere fra i papabili sostituti di Bruce Dickinson negli Iron Maiden, in lizza con Demian Wilson dei Threshold e Blaze Bayley (sappiamo tutti poi com’è andata a finire…). Contrariamente a quello che si crede, nel processo creativo i Rainbow sono stati una band democratica sin dagli inizi, in cui tutti apportavano delle idee poi discusse e filtrate comunque da Blackmore. I Rainbow del ’95 peccano invece di inesperienza, nessuno dei nuovi membri infatti è un compositore, ragion per cui “Stranger In Us All” è tutta farina del sacco di Ritchie. Ecco perché riascoltato a distanza di anni il disco suona come un crocevia di tutte le pulsioni musicali presenti nella mente di Blackmore, la sintesi delle sue ambizioni musicali passate e future.

L’oscura silhouette presente in copertina lasciava presagire qualcosa di ben più evocativo, ma “Stranger In Us All” si rivela per quello che è, ossia un bel disco di hard rock vecchia maniera, a tratti venato di blues (“Silence”) o rock n’roll (“Stand And Fight”), che ha i suoi momenti di punta  in “Ariel” e “Black Masquerade”. Figlio della gloriosa tradizione dei brani epici in scuola Blackmoriana, “Ariel” è un mid tempo dominato da un’atmosfera quasi mistica, con un testo che abbonda di riferimenti all’oscurità (“in the dead of night”, “the darkened room”, “an angel dressed in the blackest lace”), mentre “Black Masquerade” è un avvincente rock neoclassico che non sfigurerebbe affatto nei primi dischi dell’Arcobaleno. Anche un mid tempo all’apparenza scarno come “Hunting Humans” riesce a sembrare suggestivo grazie alla performance di Doogie White.  La nota lieta è proprio il singer, che in futuro inanellerà altre collaborazioni prestigiose (Malmsteen, Tank e di recente pure Michael Schenker). Le cover di “Hall Of The Mountain King”, spesso riproposta in tour con i Deep Purple, e di “Still I’m Sad” in versione cantata per quanto interessanti servono giusto ad allungare un po’ il brodo. E Blackmore?  Il chitarrista suona un po’ col freno a mano, sprazzi della vecchia classe spuntano qua e là, nel break simil flamenco di “Black Masquerade” e nelle cover di cui sopra; forse la sua mente è già rivolta ad altri lidi, i Rainbow sono ancora lì, un mito cristallizzato nel tempo e nell’album dei ricordi, e li devono restare, le versioni anche solo un po’ sbiadite non rendono giustizia a una band leggendaria. Candice Night fa capolino sul disco in un paio di occasioni, proprio mentre Ritchie produce una demo di brani rinascimentali cantati dalla compagna; i Rainbow riscuotono ancora un buon successo ma Blackmore vede ormai tutto chiaro, è ora di liquidare la band in quattro e quattr’otto e indossare i panni del menestrello con i Blackmore’s Night.

“Stranger In Us All” resta l’ultima testimonianza in studio del Blackmore “elettrico” e col senno di poi lascia presagire quanto sarebbe avvenuto di lì a poco; per quanto ben suonato, sincero e viscerale, regge a stento il confronto con il passato. Da qui in avanti, Ritchie non sarebbe stato più lo stesso.




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