Enter Shikari
The Spark

2017, PIAS
Synth-Rock

Una scintilla che non riesce a fare luce
Recensione di Giovanni Maria Dettori - Pubblicata in data: 30/09/17

L'ultima volta che ci eravamo approcciati agli Enter Shikari era stato con il bizzarro e mediocre remix della versione "Hospitalised" del più che buono "The Mindsweep", album con cui la band aveva trovato un'unione efficace e ben studiata di testi, hardcore e sound elettronico in cui la brutalità delle chitarre era spesso smorzata da influssi elettronici e drum'n'bass, il tutto gestito da una perfetta linea ritmica che teneva in piedi l'intera struttura in maniera molto soddisfacente. Un vortice succulento e inedito che vede il suo prosecuo in "The Spark", che ci troviamo ora ad ascoltare.
 
Sin dal primo ascolto si può intuire come i ritmi si siano molto attenuati e dell'aggressività che ricordavamo non sembra esserci più nulla: "The Sights" suona quasi come un pezzo indie-pop e "Live Outside" fa riemergere il "piacere elettronico" della band. "Take My Country Back", pur suonando diversa, è una traccia in linea con il percorso artistico della band e con queste recenti svolte. I cori di sfondo nel break però compromettono un po' il lavoro svolto fino a quel momento, e il ritornello è intriso di sonorità elettroniche non chiarissime. 
 
La parentesi che più stupirà (a voi decidere se in positivo o in negativo) è "Airfield", una ballad à la One Republic con un malinconico pianoforte ad accompagnare la voce di Rou Reynolds. "Rabble Rouser" apre invece con un giro blues, per poi trasformarsi in una sorta di traccia elettro-dance nel primo ritornello. Gradivamo un ritorno delle chitarre che arrivano qui a riequilibrare le sorti di un brano che rischiava di creare una pericolosa crepa nel disco... Crepa il cui pericolo non è del tutto scongiurato, e che difatti si apre con "Shinrin-yoku", ennesimo passaggio nel quale l'equazione "elettronico > tutto il resto" si accentua. Non è questione di prediligere "il classico" e quanto la band abbia prodotto sino a questo album ma tutto ci aspettavamo tranne che una deriva al limite di un synth-pop canonicissimo.
 
L'energia esplosiva del passato è lontana, dell'hardcore non vi è parvenza, non che fosse un elemento irrinunciabile, ma la plasticità di questo disco ce la fa rimpiangere. "The Revolts of the Atoms" è un tonfo folk-elettronico mentre "An Ode to the Jigsaw Pieces" riesce per fortuna a rialzare un minimo il livello generale, perché l'insieme poppeggiantissimo di tastiere e chitarre non suona male. E neanche avuto il tempo di provare a cambiare idea il disco decide di finire così. 
 
E' tutto qua. Un album purtroppo sbiadito e dalle trame elettroniche trite e ritrite non proprio eccitanti. Nemmeno la drum'n'bass è stata risparmiata, sepolta anche lei dalle nuove sonorità indie e pop. Cosa ha spinto la band a lasciarsi indietro buona parte del proprio passato e ad abbracciare un presente così vacuo? Non lo sappiamo, ma ci dispiace sinceramente. Il disco non è certo da bocciare in toto, perché alla fine, sotto chili e chili di trucco, i profili si riconoscono e qualcosa degli Enter Shikari è rimasto. L'impressione comunque è che si tratti di troppo poco per darci una differente idea di "The Spark", abbastanza povero di idee originali e aggrappatosi alla volontà di piacere perchè fresco e imprevedibile (quello senz'altro è da riconoscere). Ma per chi ha conosciuto la band come la conoscevamo noi, e anche per i nuovi ascoltatori, potrebbe non esserci poi molto di esaltante. 





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