Baustelle
L'amore e la violenza

2017, Warner Music Italia
Indie-pop

Un disco autocontemplativo, annoiato anche se colmo di significato, citazioni e messaggi
Recensione di Giovanni Maria Dettori - Pubblicata in data: 04/03/17

I Baustelle si sono sempre ritagliati uno spazio non da poco all’interno della scena Indie-Rock italiana, tanto da generare un rumore sottile ma squillante ogni qual volta si (ri)affacciano dal tepore compositivo e si presentano con un nuovo album. Il lavoro precedente, “Fantasma”, datato addirittura 2013 aveva convinto anche gli scettici con il suo “Pop-Cinematografico” orchestrato (in tutti i sensi) a perfezione. Quattro anni dopo Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini tornano con “L’amore e la violenza”, un lavoro ugualmente complesso ma dalle trame diverse.

 

Con un sound costantemente a cavallo tra i ’70 e gli ’80, impreziosito da elementi elettronici che si annidano nelle centinaia di citazioni e riferimenti, elementi che strizzano fortissimamente l’occhio al primo Franco Battiato, il disco è un continuo salire e scendere di intrecci e scenari. "L’amore e la violenza” è un lavoro che si lascia alle spalle certi alternativismi rock lanciandosi in un pop cerebrale con continui spazi sul presente. In questo tunnel senza tempo, tra la contemporaneità delle tematiche politiche e sociali ed un sound datato e a volte al limite del kitsch, il disco prende continue forme diverse. Tra le tracce spicca “Il Vangelo di Giovanni”, una ballata cantautorale esistenziale, un primo assaggio del viaggio proposto all’ascoltatore volutamente monotona. Va meglio con “Amanda Lear” (della quale nel testo non vi è traccia) che racconta di amori finiti così, senza un perché, visto che tutto non può essere per sempre. E se anche l’amore finisce per arrendersi alla ghigliottina della quotidiana esistenza non c’è più davvero scampo ed è solo un’ulteriore tacca che si incastra nella rassegnatezza annoiata di Bianconi e co, tra violini e sintetizzatori analogici. “Eurofestival” è il vero polo del disco, un brano stavolta più acceso che usa il contest come pretesto per riferimenti alla stessa idea di Europa, tra scenari di terrorismo e scetticismi ma comunque con la voglia di restare lì, a suonare, e a mantenere viva un'idea sebbene una certa voglia di andarsene dilaghi, purtroppo. “Basso e Batteria” inizia invece con un omaggio a Sandokan (no, non stiamo scherzando, sentite voi stessi!), con un complesso schema di percussioni che saltella con i synth, con una serie di “microcampionamenti” un po’ plasticosi ma piacevoli, con un'orchestra di Mellotron che alimenta il senso di finzione generale.

 

Rispetto al lavoro precedente, dove c’era un’armonia compositiva e musicale nel complesso delle tracce, "L’amore e la violenza" è un disco di canzoni, di episodi, di contrasti, anche e soprattutto musicali. Un disco tremendamente vicino all’indie contemporaneo, quell’indie fatto di accostamenti aulici e di altri da scoop di pagine rosa. L’idea alla base è estremamente complessa e tremendamente vera in tutte le sue sfaccettature... Ma esce in tutta la sua essenza? La risposta è no, o meglio "forse". E’ prigioniera di sé stessa, di un concetto e strozzata da una musica meccanicamente impostata. La forma che prendono la guerra, la miseria, l’insicurezza non traspaiono veramente e sempre, sono nascoste da un muro di Pop-Plexiglass che non le rende veramente giustizia, per quanto parliamo comunque di un Pop di un certo spessore, senz’altro. L’amore e la violenza collidono ma si completano all’interno delle tracce di un disco che si salva per la sua genuina complessità espressiva che stavolta non ha trovato forse un veicolo che le desse un'adeguata forma. Tutto ciò basta comunque a lasciare un punto esclamativo, o interrogativo a seconda dei punti di vista, sulla carriera dei Baustelle.





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