Alt-J
Relaxer

2017, Infectious Music, Atlantic Records
Indie-Pop

Il terzo disco del trio britannico perde la brillantezza passata alla ricerca di paesaggi e trame troppo riflessive ed anemiche.
Recensione di Giovanni Maria Dettori - Pubblicata in data: 19/06/17

Qualcosa è cambiato, e non ci nasconderemo dietro ad un dito: gli Alt-J stavolta non hanno fatto centro. 
Dopo le sorprendenti parentesi di “An Awesome Wave” e l’ottima conferma di “This Is All Yours”, arriva tra le nostre mani e nelle nostre cuffie “Relaxer”, terzo attesissimo album dell’ex quartetto, e da qualche tempo trio, che dai tempi del college dà forma ad un indie pop allucinato e nel contempo unico, caratterizzato da una sezione ritmica non propriamente rock (che spazia per lo più tra Hip Hop, Trip Hop e persino Dub), che si incastra negli ingranaggi armonici di chitarra e basso in maniera mai così unica ed inconfondibile. Il sound della band è ormai diventato classico, ed ha contribuito a renderli capostipiti di quel discusso non-genere che è l'Indie-Pop.
 
“Relaxer” è composto da 8 tracce, è breve ed è diverso sin dal primo ascolto, oltre che dal primo sguardo: non ci sono più intriganti trame psichedeliche, o macchie vivide di colore a fare da padroni sulla copertina, ma un’asettica e fredda trama digitale, in linea con i nuovi gusti “estetici” dell' “avanguardia-retrò” del design digitale contemporaneo.
 
“3WW” apre le danze, con una vibrazione della chitarra che si incontra con le percussioni elettroniche “da copione” del trio, ma senza impressionare, per quanto la sostanza del pezzo riposi proprio nella delicatezza addormentata della voce di Joe Newman, impreziosita dall’intervento di Ellie Roswell, che pur non facendoci particolarmente sognare è un buon inizio. “In Cold Blood” è un brano assolutamente nella linea di quello che sono stati sino ad oggi gli Alt-J: c'è la batteria sincopata, i “Lalala” e i “Nanana” spezzati però stavolta da un buon intermezzo di fiati che non stona e che dà al brano una frizzantezza apprezzabile. Arriva poi qualcosa di inaspettato, una cover/reinterpretazione di “The House Of The Rising Sun” decisamente poco indovinata, priva di vera forma e soprattutto di vero senso, in cui del classicone originale non resta praticamente nulla, e che finisce per addormentarsi senza riuscire a riemergere dalle sabbie della noia. Ciao ciao vecchia cara casa di New Orleans, è un peccato vederti scendere lì giù!
Il trend negativo prosegue con “Hit Me Like That Snare”, brano tutto sommato dimenticabile e povero di suono. Va decisamente meglio “Deadcrush”, dove le percussioni tornano a svolgere il loro ruolo “madre” nel brano con un tappeto di suoni intrigante su cui i gridolii e i versi di Newman cascano a dovere, consegnandoci un singolo più che buono.
 
Le ultime tre tracce del disco sono le più lunghe e forse più vicine fra loro, che per altro rappresentano con ogni probabilità quelle che sono le direzioni che la band aveva realmente intenzione di prendere con questo lavoro, già pregustate con le prime tre tracce del disco, con delle trame quasi a voler creare una “mini-colonna sonora” staccata dal resto dell’album. “Adeline” parte sottotono, e si evolve lentamente sino a prendere in prestito in maniera completamente inaspettata il tema de “La Sottile linea Rossa” dando vita ad una parentesi tutto sommato emozionante nel finale. Stavolta la citazione ha dato i suoi frutti. Non avviene la stessa cosa purtroppo con “Last Year”, troppo fumosa o quantomeno eccessiva nei suoi 6 minuti (tanti, tantissimi) pressoché sempre identici. La conclusione di “Pleader” persegue allo stremo lo schema della partenza sopita, la pioggia progressiva di suoni (da archi pizzicati, a fiati sino alle percussioni) con tanto di cori finali. Tutto fatto molto bene, ma non impressionante né stravolgente. Puro intrattenimento che non fa breccia nei nostri timpani e che ci lascia anche un po’ insoddisfatti
 
L’introspezione, la sensualità, l’ebrezza e l’imprevedibilità ritmica degli Alt-J sono i grandi assenti di “Relaxer”: almeno tre pezzi su otto cercano di far riintravedere questi elementi, con risultati altalenanti. In compenso, le nuove spinte del trio sono un po’ anemiche, le allucinazioni collettive del sound classico sono rimpiazzate da una ricerca fine a sé stessa che non porta a veri traguardi, e che sguazza in un peregrinare annoiato dove gli interventi vocali quasi sempre non ci regalano quello che ci aspettavamo. Anche dal vivo l’esecuzione di un album del genere può coinvolgere, ma sino a che punto? L’eccessiva rilassatezza per sorprendere dovrebbe condurre presso stazioni molto più intense, e non tutti purtroppo possono permettersela, ma si può fare meglio di così senza dover per forza rispondere al nome di Thom Yorke (giusto per scomodare paragoni eccellenti).
I passi falsi spesso servono, e speriamo che da qui il trio riesca a conciliare la nuova ricerca con le certezze del passato, senza dar vita nuovamente a capitoli così asettici e poco vivi.




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