Motörhead
Bomber

1979, Bronze Records
Heavy Metal

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 08/10/14

La parola “Bomber” evoca da sempre qualcosa di grande per i fans dei Motörhead, ma se consideriamo il disco omonimo del 1979, l’aurea di intoccabilità che lo caratterizza appare, col senno di poi, quasi del tutto ingiustificata. Il terzo album in studio della band ha il difficile compito di consolidare il successo ottenuto con lo strabiliante “Overkill” uscito appena sette mesi prima, impresa non da poco visto l’eccellente livello qualitativo del predecessore. All’epoca più uscite discografiche nell’arco dello stesso anno non erano certo un’eccezione per le bands di successo, e a ripensarci le ragioni potevano essere molteplici: scelta commerciale, pressioni da parte degli addetti ai lavori per guadagnare fette di mercato, obblighi contrattuali. A noi piace credere, con un pizzico di ingenuità, che le bands fossero consapevoli di avere fra le mani materiale eccellente e che valesse la pena pubblicarlo prima che fosse troppo tardi. Tutto questo però non vale per “Bomber”, che rappresenta come dice Joe McIver “il tentativo di scrivere due album incredibili nell’arco di un solo anno”. Fatta eccezione per una manciata di pezzi, “Bomber” non è uno di quei dischi da posizionare in cima alla lista degli acquisti, schiacciato com’è fra due pezzi da novanta quali appunto “Overkill” ed “Ace Of Spades”. Difficile addossare tutte le colpe a un povero produttore allora schiavo dell’eroina (“non faceva altro che collassare”, dirà Lemmy, “se riascolti i nastri originali ti rendi conto che spesso dormiva”), Jimmy Miller aveva già collaborato con la band per “Overkill” e aveva messo la firma sui dischi migliori degli Stones (quelli con Mick Taylor, per intenderci).

Un disco di transazione insomma, le cui tracce non sono state forse pensate abbastanza prima di darle alla luce. Fatte salve tutte le ingenuità di una band agli esordi, “Bomber” regala almeno tre momenti destinati a passare alla storia del gruppo: in primis l’indiscutibile titletrack, un pilastro del repertorio di Lemmy che ha contribuito sin troppo alla popolarità del disco. Altro pezzo da novanta è l’iniziale “Dead Men Tell No Tales” che non avrebbe affatto sfigurato nel disco precedente; ma è un'altra la traccia che fa letteralmente saltare dalla sedia, stiamo parlando di “Stone Dead Forever”, un pezzo degno erede di “Overkill”, caratterizzato da un crescendo finale in cui “Fast” Eddie Clark regala un interminabile assolo. Un brano che brilla di luce propria, al punto da essere omaggiato persino dai Metallica nel loro disco di cover “Garage Inc.”. Un piccolo spazio se lo ritaglia anche “Lawman”, forse più per la solita invettiva di Lemmy contro le forze dell’ordine che non per il valore del pezzo in sé, tutto il resto galleggia sulla linea della sufficienza, i Motörhead saranno capaci di ben altro nel corso della loro carriera, nessuna epoca esclusa.

Al di là di tutto, “Bomber” scalerà la classifica del Regno Unito, ponendo le premesse per i successi di “Ace Of Spades” e “No Sleep ‘Til Hammersmith”, con i quali Lemmy e soci raggiungeranno insperati livelli di popolarità. Soprattutto, la title track darà ispirazione al pezzo forte dei loro live shows, ossia il famoso impianto luci a forma di bombardiere, pronto a planare sulla band ad ogni concerto. Come dire, da grandi sconfitte nascono sempre grandi vittorie…




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