Magnum
On A Storyteller's Night

1985, FM Records
Hard Rock

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 21/11/14

Negli anni ’80, leggerezza e disimpegno sembravano essere le uniche parole d’ordine in un mondo come quello dell’hard rock, ormai assuefatto all’estetica trasgressiva di derivazione losangelina; tuttavia, da qualche parte c’era ancora qualcuno capace di raccontare quell’epoca in modo diverso, che aveva davvero poco da spartire con gli effemminati cugini d’oltreoceano, sia su un piano musicale che d’immagine. Oggi potranno suonare anche datati alle orecchie di qualcuno, ma i Magnum di “On A Storyteller’s Night” rappresentano ancora uno dei capitoli più affascinanti dell’hard rock targato eighties, esempio di disco capace di invecchiare benissimo rispetto ad altri titoli dello stesso periodo assai più chiacchierati. Il titolo evocativo ci ricorda i trascorsi dei cinque di Birmingham, più sperimentali rispetto alle sonorità allora in voga e sembra porsi quasi come trait d’union fra le due epoche. E’ proprio qui che la band fa il suo ingresso nel mondo dell’’AOR senza abbandonarsi alla retorica di questo stile; mentre infatti i reduci degli anni ‘70 tentavano di ricondurre la loro musica al synth pop moderno o all’AOR, con risultati alterni e talvolta ai limiti della decenza, i Magnum riuscivano nell’impresa di conciliare i suoni di un intero decennio con i contenuti e le atmosfere del vecchio progressive rock.

Le canzoni di “On a Storyteller’s Night” guidano l’ascoltatore lungo fitte trame notturne, la colonna sonora ideale di una notte alla guida vagando sui sentieri fantastici disegnati dai cinque inglesi; è senz’altro la notte l’elemento caratterizzante di questo capolavoro, una parola che fa capolino nella quasi totalità dei testi senza tuttavia contraddistinguere il disco in senso triste: la notte magica di “On a Storyteller’s Night” vive sulle ritmiche marziali di “Endless Love” e “Les Morts Dansants”, o su quelle AOR di “Just Like An Arrow” e “Two Hearts”, senza tralasciare i toni epici della title track e i sei minuti di “How Far Jerusalem”, titolo che lega in modo perfetto due melodie solo apparentemente distanti. Il testo della title track ha la forma di un mondo immaginario da raccontare attorno al fuoco in un modo che farebbe schiumare d’invidia i Blind Guardian, mentre “Just Like An Arrow” è un pezzo ficcante che va oltre il modello della hit patinata, i cui patterns ritmici stupiscono per la loro incredibile varietà. Ritmiche marziali scandiscono “All England’s Eyes”, ma l’highlight del disco è senza dubbio “Les Morts Dansants”, una marcia solenne che racconta gli ultimi istanti di un soldato davanti al plotone di esecuzione, affresco di straziante atrocità e commozione. 

Quarantacinque minuti atipici per una band sin qui orientata verso una musica di ampio respiro, un’autentica svolta in cui chitarre e tastiere si intersecano alla perfezione alternando i rispettivi inserti, elementi che esaltano lo stile drammatico del vocalist Bob Catley, capace di commuovere ancora nella conclusiva “The Last Dance”, commiato per voce e piano a testimonianza di un mondo e di un modo di fare musica che sembrano non esistere più. Una classe intramontabile e una band assolutamente da riscoprire, magari iniziando proprio da “On A Storyteller’s Night”.





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